Molly’s Game

Se c’è uno sceneggiatore della parola in questo momento a Hollywood questo è Aaron Sorkin, realizzatore di due delle sceneggiature più stimolanti e belle degli ultimi 20 anni: “The Social Network” e “Moneyball“. Questa sua prima avventura dietro la macchina da presa era sicuramente un evento di grande interesse: una storia americana, il racconto di una donna di successo e i risvolti che questa ha sulla società. Tutto sembrava apparecchiato, ma qualcosa è andato storto.

Il film ci racconta la storia di Molly Bloom, un ex sciatrice olimpica che per un infortunio è costretta ad abbandonare le gare. Senza nessun tipo di competenza, ma con la sola capacità di essere sveglia e furba, diventa un’organizzatrice di incontri di poker clandestini, arrivando in pochi anni ad accumulare milioni di dollari, finchè la voce non arriva all’FBI.

Sorkin è un maestro del dialogo, soprattutto quello serrato. Questo “Molly’s Game” non è da meno e fin dai primi minuti siamo invasi da una marea di parole, mai scritte a caso e sempre interessanti e coinvolgenti. Questo ritmo è scandito perfettamente anche da questa sua prima regia: tutto è sempre in movimento, veloce e calzante. Sorkin esalta in camera i suoi personaggi, in particolare Jessica Chastain, colonna portante di tutta la pellicola e anche il mitico Idris Elba, uno degli attori più carismatici dell’intero panorama hollywoodiano.

Sorkin è un maestro del dialogo…

La prima ora quindi scorre perfettamente, apparecchiando la tavola per una possibile riflessione sul potere, sul femminile e sul maschilismo imperante nella società americana. Peccato che questo lunghissimo prologo sia poi seguito da uno svolgimento discreto e da un finale ancora più moscio. Il problema non risiede però nell’estrema lunghezza del film (140 minuti), dato che non risulta quasi mai noioso.

Il problema è più che altro capire la direzione in cui vuole andare, che non è per niente chiara, in particolare nel finale. Si parla di un femminile forte? No, perchè il personaggio della Chastain sparisce quasi del tutto verso la fine, chiuso con un finale troppo americano. Senza contare che mancano i problemi, tutto accade troppo facilmente e non viene mai reso complesso ciò che avrebbe meritato un approfondimento adeguato.

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Come già gli era accaduto per “Steve Jobs“, con quel finale imperdonabile, per la seconda volta Sorkin si perde nella sua stessa sceneggiatura, che in questo caso è supportata solo per metà da una regia di livello. Un vero peccato, perchè un film che poteva essere esaltante diventa invece una pellicola di cui nessuno si ricorderà, nonostante degli attori incredibili e una storia potenzialmente molto stimolante. E’ la sua opera prima e con le sue capacità sono sicuro riuscirà in un film ben migliore in futuro.

Matteo Palmieri