Monty Freak Festival



La rivoluzione acustica sbarca a Rione Monti.

Testo di Flavia Guarino
Foto di Flavia Guarino & Costanza Merico

Viviamo in un momento storico in cui, musicalmente parlando, sono i festival a farla da padrone e a dettare legge su chi e/o cosa possa avere una certa visibilità e calcare i grandi palchi . Ma chi l’ha detto che un festival, per essere valido, credibile e, soprattutto, interessante, debba assumere per forza forme e grandezze megagalattiche? Eppure basta proprio poco per apprezzare delle realtà così differenti e particolari, seppur piccole e il Monty Freak Festival ne è la prova. A pochi passi dal fulcro dell’hipsteria made in Rome (si, avete capito bene, sto parlando proprio del famigerato Rione Monti), nel suggestivo Pierrot Le Fou, questo piccolo festival, il 9, 10 e 11 Maggio, ha dato vita a una vera e propria rivoluzione acustica, tra un panino col ciauscolo e qualche chiacchiera con gli ospiti presenti, provenienti sia da una scena musicale più giovane ed emergente, sia da esperienze più vissute e navigate.

Partiamo con la serata iniziale: ad aprire le danze sono i The Wir che, con un set acustico di tutto rispetto, hanno fin da subito trasportato il pubblico in un’atmosfera eterea, sofisticata ma nonostante tutto intima. La voce morbida e delicata di Valentina Barletta rende bene quella che è l’idea di fondo del gruppo, quello di crearsi una dimensione unica e propria, senza spazio e senza tempo, che sembra ricordare un po’ gli inglesi Allo Darlin’. Ma non cominciate a pensare che la serata continuerà con la stessa piega, perché dopo i The Wir, partono in quarta gli Indie boys are for hot girls, carichi, fortissimi e incredibilmente potenti anche in acustico. Alessandro Canu, frontman della band, ha uno stile a metà tra Julian Casablancas e Alex Turner e vocalmente ricorda un Joe Strummer dei Clash di “Sandinista!”. Con lui e gli altri indie boys (Daniele, bassista e Claudio, batterista) abbiamo anche la possibilità di scambiare qualche parola. Ci hanno parlato del loro primo disco “Into unconsciusness“, frutto di “un anno e mezzo di sudato lavoro” e con un singolo di tutto rispetto, con un video che ha come tema principale il linguaggio dei segni (prima ancora di Daniele Silvestri, che si sappia).
Alla mia domanda sulla scelta, nonostante il trio sia romano ed abbia avuto comunque una certa notorietà nel panorama italiano, di scrivere in inglese, Alessandro mi risponde in maniera molto decisa, dicendo: “Al giorno d’oggi l’Italia è l’unico paese in cui se sei italiano e scrivi inglese, nessuno dà importanza ai tuoi testi e questo non è giusto e, soprattutto con gli Indie boys, molti si fermano al nome e non vanno oltre quello”. Si è parlato anche della scena romana indipendente, molto più folta sicuramente rispetto alle origini ed è proprio Daniele a spiegarci il motivo per cui molto spesso questo fenomeno abbia portato ad un’erronea categorizzazione del genere indie, quasi sempre associato al culto degli hipster: “Molti ascoltano gruppi indie, o presunti tali, solo perché è un genere di nicchia. E’ un po’ come il fenomeno della Nouvelle vague francese: alla fine finisce per rappresentare solo una facciata e non un vero e proprio contenuto a livello culturale”.

Lasciando stare per un po’ i gentilissimi Indie boys, ritorniamo al palco del Monty Freak Festival, dove sono arrivati i Beats me, che con un set misto di cover e pezzi inediti, riportano il pubblico ad atmosfere vintage che ben si prestano a serate come questa, trasportando il Pierrot le fou immediatamente nei primi anni ’70. Ramones docet.
Per il secondo giorno non si parte in sordina: ad aprire la serata sono i Pretty Wallet che in acustico portano sulla scena un case di musica Brit-pop mista al Grunge di quelli più cattivi (come abbiano fatto, chiedetelo a loro, so solo che funziona molto bene) seguiti dai Fucking Shalalalas, duo Lo-fi interessante, con un ep eponimo uscito a Marzo di quest’anno, dal sound molto morbido e delicato. Bella la loro cover (oserei dire, rivisitazione) di “Bang!” dei Raveonettes, che anche in acustico ha dato un tocco di colore al loro set. Headliner della serata Tommaso Paradiso dei TheGiornalisti, con il quale scambio qualche parola prima del suo live set. I TheGiornalisti hanno pubblicato da più di un anno il loro ultimo disco, definito dallo stesso Tommaso, come un disco un po’ più introspettivo e più apprezzato da una fascia di pubblico diversa è meno giovanilistica del precedente e, parlando dell’indie rock romano e dell’ambiente che ne deriva, il leader dei TheGiornalisti parla di “nuove dinamiche tra i singoli artisti dell’indie romano dove i rapporti sono molto più distesi e molto più amichevoli. C’è molta più solidarietà musicale rispetto al passato”. Per i TheGiornalisti una figura importante per la loro carriera musicale è stata anche il leader dei Diaframma Federico Fiumani verso il quale Tommaso si rivolge quasi come un padre putativo che “si è innamorato dei TheGiornalisti soprattutto con il secondo disco, che gli ha ricordato delle atmosfere e delle sonorità genuine tipiche dei suoi anni e che si è sempre schierato dalla nostra parte anche quando c’erano molti ad andarci contro”. Durante il concerto, Tommaso sembra essere molto in confidenza con il pubblico, ad ogni pezzo è come se raccontasse un pezzo di sé in maniera ironica e ficcante e i fan dei TheGiornalisti sanno bene tanto che arrivano quasi a chiedergli apertamente di suonare i loro pezzi preferiti. Simpatico ed interessante il finale del set di Paradiso con tanto di cover di “Merry Christmas (war is over)”.

E siamo così giunti all’ultimo giorno di questa kermesse acustica, indipendente e in qualche modo “freak” (tanto per citare testualmente il nome del festival): sul palco di sabato abbiamo Robespierre revolutionary party, capitanati (o, per meglio dire composti) appunto da Robespierre (aka Filippo, per gli amici). Filippo si esibisce in acustico in duo, con il suo fidato polistrumentista, aggiungendo al semplice cantautorato fatto solo di chitarra acustica, armonica e voce, anche ukulele, mandolini e strumenti giocattolo, dando un tono scherzoso e quasi “rivoluzionario” all’idea standard (e molto spesso statica) di cantautorato. Dopo i Robespierre tocca ai Montreal, ai quali spetta una sfida molto più grande di quello che sembra: trasportare in acustico il loro genere, un elettronico soft ed easy listening che ricorda un po’ i primissimi Subsonica ma con una vena rock leggera che rende i loro pezzi qualcosa di davvero interessante. Per il gran finale ci sono i Viva Lion!, ovvero il progetto cantautoriale di di Daniele Cardinale, accompagnato dal fidato Marco Lo Forti. I Viva Lion! sono un po’ l’emblema del “Nemo profeta in patria” per quel che riguarda l’indie italiano e una forma di cantautorato anche più matura rispetto ai propri simili.
Daniele Cardinale ha vissuto per molti tempo negli Stati Uniti e a settembre dell’anno scorso è partito per qualche data in terra statunitense, suonando anche in locali del calibro dell’House of blues, andandosi a cercare un pubblico più eterogeneo anche per quel che riguarda la stessa nazionalità. Parlando con Marco delle sorti dell’indie italiano, lui parla di “un’onda che sta attraversando il mercato europeo ed americano che in italia viene accolto con un po’ di delay e che, da un lato, viene presa in modo genuino perché risponde alle proprie esigenze naturali ed espressive mentre dall’altro semplicemente perché si vuole cavalcare quest’onda. E la differenza si sente, anche all’ascolto”. La particolarità dei Viva Lion! è che, pur nascendo dall’idea di un progetto solista, in “The Green dot Ep” notiamo diverse collaborazioni, anche con artisti di un certo calibro, come Velvet, Gipsy Rufina e Megan Pfefferkorn, dimostrando appunto quel famoso solidarismo e quella voglia di rendere omogeneo un genere, quello dell’indie, che spesso e volentieri si offre a facili forme di ghettizzazione.

Dopo i Viva Lion! le sorprese non finiscono qui, perché sale sul palco per un piccolo set di tre pezzi (super segreto, che si sappia) anche Gianluca Danaro dei Sadside project, regalando un momento magico perfetto per la chiusura di questa rivoluzione acustica. In conclusione, la bellezza del Monty Freak Festival non nasce semplicemente da una line up di tutto rispetto e dalla voglia da parte di organizzatori e artisti di promuovere un genere molto spesso sottovalutato nel panorama nostrano, ma soprattutto dalla voglia di creare un clima campanilistico e solidale all’interno di un paese che molto spesso tende a rendere tutti un po’ nemici ma che grazie alla musica può essere (o almeno provare a essere) un po’ più unito. Un’esperienza da ripetere, non solo a Roma, ma in tutti i contesti musicali di questo tipo.

God bless the indie rock movement. God bless the Monty Freak Festival.