Movie Star Junkies

“Son Of The Dust”(Outside Inside Records / Wild Honey Records, 2012)

Esistono i recensori adoranti (che amano convincerti che vale la pena comprare un disco) ed esistono gli stroncatori (che amano convincerti che non vale la pena comprarlo). Io spesso mi ritrovo nella prima categoria, è insito nel mio DNA prediligere sproloquiare su dischi che ho apprezzato e semplicemente ignorare quelli che mi hanno deluso. Pertanto oggi mi propongo nelle vesti di adoratore, proponendovi una offerta che non potrete rifiutare: il fascino brutale e straziante del blues che incontra l’immediata anima punk; un mix a dir poco accattivante quello promesso dai Movie Star Junkies , quintetto torinese che ritorna con “ Son of the Dust ”, un album ruvido, grezzo, e come i nome stesso suggerisce, polveroso.

Abbiamo il torbido post-punk di Nick Cave (“Cold Stone Road”), quello dei Bad Seeds, di Grinderman o dei Birthday Party; non tutti assieme, bensì ben distribuiti in una solida tracklist. Uscita ghiotta anche per gli amanti del blues e del rock and roll degli albori, da un Elvis ai limiti della parodia (“A Long Goodbye”), ad un rockabilly a là Dan Sartain (“This Love Apart”) che gioca con la malinconia dell’R’n’B dei grandi quali Little Richards, Muddy Walters e Johnny Cash (“The Damage is Done”). Il parlato alla Tom Waits si colora di tinte southern rock (o meglio cosa sarebbe nato dall’accoppiamento del southern e del garage) e tocca persino alcuni picchi jazz-lounge, anche se sempre e comunque impregnati di un sentore blues in grado di toccare le radici più semplici del rock degli anni ’50 (“There’s a Storm”). La rabbia trattenuta in “End of the Day” contrasta con brani sensuali, sporchi ma al contempo dal ritmo accattivante (“How it All Began”). La chitarra distorta contrasta con coretti in falsetto o echi lontani (“In Autumn Made of Gold”), prendendo le dissonanze del punk e riscrivendole in chiave blues.
“Son of Dust” non sarà l’album del 2012, ma è un piccolo gioiellino che scava nel passato ruvido e brutale delle origini del rock, reinterpretandolo in vena contemporanea.

Fabiana Giovanetti