Mustang

227073

“…ma tanto siamo tutte uguali…”. Queste semplici parole, dette per bocca della più grande delle cinque sorelle protagoniste di “Mustang”, sono la chiave di lettura che percorre questo film molto intelligente e originale per quelli che sono i canoni del cinema medio-orientale.

L’opera prima di Deniz Gamze Erguven (che rappresenterà la Francia agli Oscar) racconta la vicenda appunto di queste cinque sorelle di età diverse, in una zona della Turchia settentrionale, che si trovano a scontrarsi con le imposizioni culturali e della tradizione della nonna e dello zio.
La frase sopra citata viene pronunciata proprio in seguito a una visita ginecologica, a cui le ragazze più grandi erano state mandate per verificare la loro effettiva verginità (altrimenti non si sarebbero potute sposare), ed è interessante osservare come l’uguaglianza parta proprio dal corpo, che ha un ruolo fondamentale all’interno del film.

C’è il dramma, questo è chiaro, ma ciò che ci viene mostrato è più che altro la voglia di queste ragazze di scappare.

Sì perché “Mustang” è un’opera intrisa di corporeità, una corporeità mai volgare che è sempre espressione di libertà. Noi vediamo le ragazze abbracciarsi, stringersi (non c’è mai una scena esplicita con un uomo), il regista con la sua camera mobile non ha mai paura di mostrare la loro intrinseca voglia di libertà, che viene espressa o attraverso il corpo o attraverso piccoli gesti quotidiani.

E qui l’altra grande intuizione del film: il non soffermarsi eccessivamente sull’oppressione, ma concentrarsi sulla voglia di libertà. C’è il dramma, questo è chiaro, ma ciò che ci viene mostrato è più che altro la voglia di queste ragazze di scappare. Meravigliosa e molto toccante nella sua semplicità è per esempio la scena in cui due sorelle fanno finta di nuotare e tuffarsi tra le lenzuola e le coperte.

In un primo momento potrebbe ricordare “Il Giardino delle Vergini Suicide” di Sofia Coppola (con un tocco, a mio modo di vedere fuori luogo, di “Miss Violence”), ma il focus del regista è proprio diverso, manca tutta la componente fortemente psicologica e di tormento della pellicola della figlia del grande Francis.

“Mustang” è quindi un’opera nel suo piccolo molto audace e interessante nonostante qualche sbavatura che non può lasciare indifferenti e che ci mostra con efficacia, senza drammi troppo gratuiti, uno spaccato di una cultura e di una realtà ancora fortemente attuali.

Matteo Palmieri