My Dear Killer



My Dear Killer, una one man band che dopo svariati Cdr ci regala lo splendido “The Electric Dragon From Venus”, una piccola gemma targata Boring Machines fatta di melodie velate da riverberi arricchita da una voce a dir poco intimista. Un disco perfetto per l’ascolto in solitudine stesi sul proprio letto a guardare fuori dalla finestra il tramonto lasciare piano piano posto al buio che questo inverno ci offre ad orari piuttosto tardi data la stagione.

Testo e intervista di Gianluca Ravanelli
Le foto sono di Enrico Mangione, Anna Positano e Antonio De Luca

Come e quando è nato il progetto?
Nei tardi anni novanta. Credo di aver registrato le prime cose con il registratorino a cassetta, e di avergli affibiato il nome My Dear Killer, a partire dal 98. Inizialmente la cosa era indirizzata piu’ che altro a me stesso, in quanto utilizzavo il materiale che ritenevo troppo “melodico” o comunque ti stampo “cantautorale”, rispetto agli altri gruppi, principalmente, The Frozen Fracture in cui ero coinvolto all’epoca. Dall’anno sucessivo ho cominciato a dedicarmi a MdK in maniera piu’ organica, in particlare al tentativo di cercare di integrare il lato acustico, ovvero una forma canzone che ha tutto sommato aspetti abbastanza tradizionali, con il lato piu’ rumorista. Dal 2000 in poi quando mi trasferito in inghilterra per lavoro e’ stato praticamente l’unico progetto a cui ho lavorato seriamente, oltre alla parallela cogestione di Under My Bed.

Quante uscite fino ad ora?
Escludendo vari demo e le compilations, come My Dear Killer sono usciti due singoli come Split 7”, il primo nel 2004 con Prague (Eaten By Squirrels 01), e il secondo nel 2011 con Rella The Woodcutter (Boring Machens 33), tre EP per Under My Bed, intitolati My Love: a Definition (con The Fog in The Shell, UMB#08), The Easter EP (2004 UMB#20), e Cynical Quietness (2011, split con Tettu Mortu, UMB#16), due dischi completi, entrambi per Boring Machines, Clinical Shyness (2006 BM01/UMB#02) e, quest’anno, The Electric Dragon of Venus (BM47).

Sei stato influenzato da qualche artista o disco particolare?
In realtà penso che chiunque tenti di scrivere musica propria sia qualche modo influenzato da quello che ascolta, scegliendolo, e anche in parte da quello che ascolta casualmente. Io non credo si essermi mai ispirato ad un gruppo/artista o disco specifico anche se è evidente che se vedo riprendere un disco tre volte, perché le altre due copie saltano sul giradischi, come è il caso di Pink Moon di Nick Drake, questo non può non avere avuto delle influenze. D’altra parte anche solo il pensiero di cercare di fare un disco alla Pink Moon è, a mio parere, una follia. Come fare una gara di Formula 1 in bicicletta. Un altro disco che temo di dover acquistare per la terza volta è Spiderland degli Slint, ma mi tengo anche le copie segnate (il mio giradischi è un aratro). E anche qui vale la stessa cosa detta prima, è un disco irripetibile, anche se come la settimana enigmistica, vanta molti tentativi di imitazione. Leggo spesso riferimenti a questi dischi quando si parla di MdK, ma cosa mi rende anche abbastanza orgoglioso, a dire il vero, ma non è mai stato il mio intento rifarmi specificamente a questi. Pensandoci, negli ultimi anni ho anche ascoltato molta più musica industriale rispetto a quel che facevo precedentemente, forse questa è stata l’influenza subdola maggiore, specialmente negli arrangiamenti, in The Electric Dragon.

Qual è il bilanciamento fra live e registrazioni? Domanda strana lo so, è per dire come ti collochi rispetto alle due cose: ti piace più il concerto o lo studio di registrazione…
Per me le due cose sono abbastanza diverse, perché dal vivo, suono quasi esclusivamente da solo, e raramente con altre persone se hanno occasione di accompagnarmi, ed inoltre c’è un responso diretto da parte degli ascoltatori: quindi l’approccio è molto più diretto, rimane solo il core delle canzoni, per quanto destrutturato e si può immediatamente percepire la risposta, o mancanza della stessa, da parte degli altri. In registrazione il processo è in qualche maniera più artificiale, perché a meno di interazioni con altri musicisti/musicanti, la stratificazione delle diverse tracce avviene anche in tempi che possono essere piuttosto lenti. C’è il vantaggio di avere la possibilità di far “decantare” i brani e sviluppare in maniera più sottile gli arrangiamenti, d’altro lato è meno spontanea. Nel complesso, preferisco suonare dal vivo piuttosto che registrare, in passato non è stato cosi. E anche per questo che le sovra-registrazioni in “The electric dragon of Venus” sono state fatte, da me e ONQ, in pochi giorni e assieme. E’ stato un tentativo di mantenere una certa immediatezza, e penso che, sostanzialmente, abbiamo raggiunto lo scopo. Per questo devo ringraziare molto anche Matteo Uggeri che m’ha dato una mano sostanziale nel controllare i mixaggi e il mastering, quando sono entrato, come inevitabile, in una sorta di paranoia perfezionista: un supervisore occulto, ma in questo caso, anche quasi indispensabile.

Cosa ne pensi della attuale scena italiana?
Esiste un luogo comune che in Italia non succeda mai niente, e a mio parere questa è un’enorme sciocchezza. Per quel riguarda la scena così detta indipendente, a me piace di più il termine non convenzionale, la mia impressione è che sia più che vivace; certamente più in alcuni ambiti che non in altri. Per esempio tutta quello che può essere, in senso lato, raggruppabile sotto l’etichetta di “electro-acoustic noise”, o quello che uno preferisce, è decisamente attiva, se non quasi in ebollizione. E per altro ad un livello che non ha nulla da invidiare al panorama internazionale, quantomeno in termine di qualità e originalità. Lo stesso si può dire per quel che ora sembra essere chiamata neo-psichedelia, che io vedo più come un’evoluzione e commistione tra musica dark, industriale e noise. Per quel che riguarda progetti forse più simili a quel che faccio io, se si vuole definiti bile come neo/post/alt/whatever folk, esiste certamente un manipolo di proposte che io trovo validissime; forse in quest’ambito c’è un po’ più la tendenza a cadere nel “derivatismo” e i progetti che hanno una proposta davvero originale non sono moltissimi. Quel che mi pare sia un tratto comune, a prescindere dal genere in cui si può collocare un particolare progetto, anche perché come sempre più accade sono a cavallo di diverse influenze e quindi difficilmente posizionabili in un genere di riferimento, soffrano di una scarsa, o quantomeno limitata, visibilità. Il che è di se un filo frustante, specie per i coraggiosi che tentano di portare a casa la pagnotta suonando. I fattori che secondo me più influenzano questa situazione sono un certo provincialismo, che provoca sudditanza culturale, da parte della stampa, e intendo carta stampata, che ha la tendenza (quindi non sempre accade) a considerare migliore e dare più rilevanza a quel che succede all’estero. In molti casi, per essere considerato da “pari” è necessario avere 10-15 anni di carriera, difficilmente molta enfasi viene messa su un disco d’esordio di un progetto italiano. Tant’è che basta prendere un numero a caso di una rivista specializzata a caso negli ultimi 3-4 anni per trovalo imbottito di retrospettive… questo è in parte compensato dalle fanzine e quant’altro di indipendente, a cui però, nella mia esperienza hanno accesso persone che già hanno una conoscenza un po’ più approfondita di quel che sta succedendo. Salvo Rai Radio 3, che sta dando sempre più rilevanza a quello che quasi tutti sembrano trattare con sufficienza: è ciò che dovrebbe fare un radio pubblica nazionale, ma spesso non fa, quindi chapeu. Un altro fattore molto limitante è la scarsità di luoghi, non solo locali, dove poter suonare. Questo è possibilmente un fattore cronico. D’altra parte l’esibizione dal vivo, i concerti, gli show, qualsiasi tipo di “messa in scena” sono essenziali per la diffusione della musica; a parte alcune eccezioni, che esistono, alla fine della fiera la musica è fatta per essere suonata. E per piccoli progetti l’unica soluzione è “portarla in giro”. In assenza di una “rete” di locali su cui appoggiarsi, inevitabilmente, per quanto buona o meno sia la qualità del progetto, questo è destinato a muoversi un ambito carbonaro.

I tuoi dischi escono per Boring Machines.Che rapporto avete?
Pressoché perfetto. In realtà il mio rapporto con Onga/Boring Machines, e penso che questo sia il caso per la maggior parte se non tutti i progetti che produce, non è unicamente di tipo “professionale”, ma anche di tipo personale. Ci conosciamo ormai da più di un decennio, abbiamo idee e gusti su come dovrebbero agire tutto l’ambiente “non convenzionale” in ambito musicale e altro che spesso che sono spesso convergenti, anche se non sempre (questo sarebbe preoccupante) e soprattutto penso che ci sia un forte rispetto reciproco. Io infatti penso che quello che ha fatto Boring Machines in poco più di un lustro, con budget non stratosferici, sia impressionante. E a prescindere da questo, come progetto musicale, non potrei chiedere né di più né di meglio da parte di un’etichetta. Per quel che riguarda l’ultimo disco, il rapporto è stato tanto semplice quanto lineare. Appena ho avuto una versione che ritenevo pressoché completa,a anche se non definitiva, l’ho spedito a Onga per ascoltarlo, chiedendogli se lo riteneva appropriato per Boring Machines, essendo che le sonorità sono anche abbastanza diverse dal disco d’esordio Clinical Shyness. Ricevuta l’approvazione, non c’è stato che da accordarsi sulle tempiste e la realizzazione delle grafiche (curate da Be Invisible Now!) e piccoli dettagli.