My Personal PRIMAVERA

29-30-31 Maggio 2014 – BARCELLONA

Il Primavera Sound Festival di Barcellona non è un festival per indecisi.
Bisogna saper scegliere ed in fretta.
I palchi sono 7, le band troppe per un solo essere umano normodotato.
Ogni anno in questo luogo si compie un vero e proprio pellegrinaggio musicale: oltre 190 000 persone si recano verso la Mecca della musica indipendente: Barcellona. Con una cerveza in mano, tutti a sorseggiare band a piccoli sorsi.

Vi racconto il mio “personal Primavera” e mentre io sono ancora qui a scrivere con una lentezza mostruosa ad un mese dal festival (gente come me non può avere un blog e grazie al cielo c’è ancora gente senza un blog), l’organizzazione ha già lanciato l’edizione 2015.
I biglietti sono in vendita, comprarlo adesso significa fedeltà alla causa ed uno sconto enorme. Fatelo.

MERCOLEDì 28 MAGGIO
Ore 4,54 – Reggio Emilia

Suona la sveglia. Partiamo in macchina verso Barcellona.
Sosta in Francia a raccogliere un amico in Costa Azzurra, colonna sonora: Le vent nous portera.
L’autostrada francese è diversa da quella italiana: non ci sono buche, deviazioni, incroci, svolte repetine, è diritta e pacifica con delle gallerie illuminate a giorno ma è necessario fermarsi ogni quattro chilometri per lanciare delle monete in cestini di plastica. Ogni canestro un pedaggio.

Ore 18.30
Arriviamo a Barcellona e viviamo la città.
Notiamo una scritta sospetta, un errore che, a chi sta andando ad un festival di musica, non può sfuggire.

Vorremmo vedere i The Brian Jonestown Massacre e salutare il nostro amico Anton Newcombe ma circa in 500 sono arrivati prima di noi con la stessa idea e restiamo miseramente lontani ad osservare la lunghissima fila.

GIOVEDì 29 MAGGIO
19.35

Al tramonto, con i grattacieli di vetro e acciaio illuminati dagli ultimi raggi di sole ascoltiamo i MIDLAKE.
Camminiamo verso l’Heineken Stage dove troviamo un esercito di donne dai capelli decolorati, le WARPAINT: che talento!

Al Primavera bisogna avere scarpe comode, spostarsi da un palco all’altro comporta fino a 15 minuti di passeggiata nei quali ci si “pulisce” le orecchie prima del prossimo concerto.
Il palco Pitchfork è uno dei più suggestivi: non molto grande, abbastanza intimo con vista sul mare (per chi suona) e skyline di grattacieli (per chi ascolta).
Qui troviamo i FUTURE ISLANDS, i Depeche Mode del 2014, cantante energico di nero vestito che salta sul palco battendosi il petto.
In serata il festival si impenna: QUEENS OF THE STONE AGE.
Dal mare sale un’arietta tagliente che gela, solo le gambe grassocce ed impermeabili delle numerose inglesi presenti non sembrano accorgersi dell’abbassamento di temperatura. Pelle bianca, di marmo.
Non è Primavera…the winter is coming!
Mentre i QUEEN suonano la folla si divide come le acque di Mosè. In migliaia (tra cui IO) si accalcano davanti ad un palco vuoto posto di fronte all’Heineken, il Sony, sul quale suoneranno a breve gli ARCADE FIRE.

00.30
Un orso vestito di argento annuncia l’inizio del concerto.
Gli ARCADE FIRE sono una famiglia allargata che ha adottato per questo tour perfino due bonghisti neri.
Spettacolari nei loro vestiti fosforescenti, lanciano bagliori grazie agli specchi del Sony Stage.
Regina è una “regina”. Quante regine nella stessa area (dopo i Queen of the stone age)…
Gli ARCADE FIRE sono felicità pura.

Mentre ci spostiamo come zombie alle 2.30 del mattino verso un altro palco ascoltando MODERAT in lontananza, troviamo finalmente pace e riposo nel RAYBAN stage, grande ventre che accoglie i tiratardi.
Gli occhi già chiusi sono accecati da tanto bianco: non è l’alba, troppo presto, sono i METRONOMY.
Alle 5 del mattino saliamo sulla Metropolina verso la Rambla deserta.
Bisogna avere il fisico da festival per sopravvivere a tutto questo. Ci vuole allenamento.
Crollo.

VENERDì 30 MAGGIO
E’ il giorno del Revival. Suonano gli SLOWDIVE e dopo poco i PIXIES.
Guardo entrambi con rispetto a debita distanza, un metro per ogni anno che ci separa.
Perchè allora non abbandonare il passato per sentire il presente?

Gli ASTRO, giovanissima band sudamericana, suona nel piccolissimo palco del Rayban Unplugged: una stanza chiusa a forma di “case” in cui è possibile sedersi per terra su morbidi cuscini.

SLINT, potenza e bravura, ma come sempre guardo al futuro e vado avanti.

Ascolto distrattamente i THE NATIONAL, durante i quali conosciamo un ragazzo olandese che ci racconta com’è bello vivere ad Amsterdam, per quanto proviamo a difendere Reggio Emilia, dobbiamo dargliela vinta.

01.00
DARKSIDE of the moon

Come ogni notte la folla del Primavera si spiaggia sui gradini del palco Rayban, l’unico che permette tale ristoro.Dall’alto delle gradinate guardo quelle migliaia di teste muoversi sulle note dei DARKSIDE.
Loro, i DARKSIDE, invece non si vedono quasi perchè sono scuri sia di timbro che di fatto. Avvolti nella penombra e nel fumo puoi solo immaginarli e sentirli. Forse nel buio puoi anche sentire i Pink Floyd, ma non è plagio, attenzione, è sapiente uso del passato per costruire il futuro.

4 del mattino sono sveglia..
I WOLF EYES sul palco Vice sono il mio peggiore incubo mai fatto ad occhi aperti. Forse l’unica band non degna di suonare in questo posto. Un italiano incontrato al bagno mi aveva suggerito di ascoltarli, ma io, che non imparo mai dagli errori, continuo a fidarmi dei connazionali.
Un incubo ad occhi aperti, ben impresso nella retina persiste giù nella metropolitana, sulla rambla, finchè non mi addormento nel Barrio Gotico a casa di Pollo.

SABATO 31 MAGGIO

Ore 19
Ascoltiamo JONATHAN WILSON, perfetto per il sole calante che scalda (finalmente) la ghiaia del festival.Seduti per terra, con una birra a chiacchierare.
Iniziano i TELEVISION, noi non ci spostiamo, voltiamo solo la testa verso il loro palco, appena smettono diventa buio.

CAETANO VELOSO sembra finito per sbaglio in un festival così, invece capisci che ha un suo ruolo ed un suo perchè. In Italia non abbiamo ancora capito che le commistioni non sono sempre sinonimo di “venduti” e mi viene voglia di fare un festival indipendente e di invitare FRANCO BATTIATO che ci starebbe benissimo.

ore 22 – palco VICE
Se Michael Jackson e Marilyn Monroe avessero generato un figlio, quel seme da grande si sarebbe chiamato CONNAN MOCKASIN. Un folletto dalla parrucca bionda che quando si toglie la parrucca bionda resta uguale. Come indossare un cappello su un cappello.

ore 00,30 – Nine Inch Nails o MOGWAI?
Scelgo i Mogwai. Quando iniziano mi tremano le budella.
La responsabilità del bassista è enorme, un errore e le fondamenta dei grattacieli non troppo lontani potrebbero cedere. La musica dei Mogwai è stratificata, una sorta di dolce con diverse sfumature di cioccolato: bianco, al latte, fondente. Tutto insieme sembra troppo ma, se si riesce a scindere ogni strato e lo si assapora, è bellissimo. I mogwai ti appagano, ma non ti saziano e così alle 2 del mattino bisogna mangiare un “boccadillo con la fanfurra”.

0re 3.30
CUT COPY. Come dice il loro stesso nome: hanno preso e copiato da tutti. Inutili.
A quest’ora dopo 3 giorni di festival non voglio più ascoltare.

Attendiamo la metropolitana, puntuale come sempre alle 5, torniamo a casa (di Pollo), il ragazzo italiano che ci ha lasciato il suo appartamento (Grazie Pollo).
Riprendiamo la macchina abbandonata per 5 giorni vicino ad un parco, nella zona alta di Barcellona, riattraversiamo la Spagna, la Francia.
Torniamo alle nostre vite di sempre a Reggio Emilia, fieri di aver dimenticato Facebook, il computer ed il cellulare. Per 3 giorni abbiamo solo “ascoltato”, parlato con tutti. Conosciuto francesi, spagnoli, inglesi, olandesi.

Torniamo a casa con la consapevolezza che il Primavera Sound è un festival perfetto.
Andateci.

Simona Borrillo
(Le foto sono state scattate da Amedeo Perri)