Myself

“Haro!” (Whosbrainrecords, 2011)

La musica è rumore. Il rumore è rivolta. I Myself sembrano confermarlo. La scena è francese, precisamente Strasburgo, la meravigliosa città del nord. È da qui che proviene il trio (Claude:bar-sax, voce; Nico: chitarra, loops; Pascal: batteria) che quanto a presentazioni non divaga affatto: hanno scelto, infatti, di chiamarsi MySelf.

Copertina rossa, un toro infuriato con il suo matador e tanto noise-rock. Dicono di sé: “Myself likes loud rock’n’roll, games with rhythms, tension and energy”, e “teorizzano” o meglio mettono in pratica attraverso il loro sound, una rivolta elementare. Nulla di più ambizioso per dei “simple guys with simple pleasures”, come loro stessi si definiscono. Bene. La scena musicale francese che ci sovrasta pullula e tra i miei preferiti ricordo sempre i vecchi Noir Desire e tutta la loro storia. Eppure per un francese non c’è niente di più strano di un italiano che ascolta i Noir Desire (Il brano Le Vent nous portera si classificò numero uno in Italia!). Si parla di rivolta, e la rivolta è ceca. I Myself scelgono, invece, di elaborare pezzi strumentali di ruvida violenza elettrica con rari inserti vocali in lingua inglese. Sono undici i pezzi del loro album tutto sperimentale, punk rock, soprattutto libero, ah, perché dimenticavo, la musica è libertà. Asserzione assolutamente scontata, anche se non per tutti.
Non voglio vendere la mia musica. Vorrei regalarla, perché da dove l’ho presa non bisogna pagare per averla”, diceva Don Van Vliet, più noto con il suo pseudonimo Captain Beefheart. Non ci sono schemi rigidi nei loro pezzi, il loro stile è caratterizzato da un’eclettica combinazione di elementi tratti da diversi generi musicali, che si affacciano anche all’heavy metal, più che al free jazz, come dicono loro, e in cui si riconoscono influenze eterogenee. I Myself giocano e si divertono, come dimostrano i giri assurdi di sax in My second coffee, le allucinanti distorsioni e i giochi strumentali in GPointOfABitch. Le ultime due tracce HipnNose e JazzyLazzi confermano il folle trastullo di batteria, chitarra, synth, looping elettronica. Il loro non è un percorso lineare, è più una folle corsa a zig zag attraverso sonorità aggressive. Niente etichette o confronti. Il progetto si adegua a dei ragazzi incazzati ( il titolo dell’album non a caso è Haro!)che vogliono far musica liberamente. L’album è il secondo e probabilmente richiede limature, ovvero un linea forse più chiara e più matura.

Silvana Farina



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