Neko Case – The Worse Things Get



The Worse Things Get, The Harder I Fight, The Harder I Fight, The More I Love You (ANTI)

Mi sono sempre chiesta perché la tristezza diventa un catalizzatore di attenzione.
Sensazioni che non per forza occupano quotidianamente la nostra vita, eppure sono quelle che “sentiamo” di più. A volte ci si abitua alla tristezza, come una sorta di esercizio e così diventa il nostro marchio di fabbrica. Qualcuno non la regge e allora a bisogno di sublimarla. Probabilmente Neko Case ha dovuto fare questo, trasformare il suo dolore attraverso un nuovo album dopo 4 anni di attesa, celebrando il superamento di un periodo per lei difficile. Questo disco non ha le tonalità scure dei lavori precedenti è più colorato e sfumato. Sembra un lavoro nato per trasformare le cose brutte in sensazioni piacevoli. The Worse Things Get, The Harder I Fight, The Harder I Fight, The More I Love You è un disco lineare forse un po’ troppo “simmetrico”. Eppure salverei solo i testi ancora poetici e conflittuali.


I’m a man’s man, I’ve always been/ But make no mistake I’ve invested in/ A woman’s heart is the watermark by which I measure everything” o “I’m not fighting for your freedom, I am fighting to be wild” ricorda il bisogno di riemergere dopo 4 anni di lutto e difficoltà. “Quattro anni della mia vita che ne hanno presi in ostaggio dieci e poi me ne hanno restituito dodici” così ne parla Neko.
Ma la sensazione che mi rimane è quella di quando incominci a stare bene ma non hai voglia di sentire il contatto con la tristezza altrui. Forse sono io che cerco dischi che producano emozioni forti o semplicemente mi aspettavo di più da questo suo nuovo album.
Le delusioni si insinuano nella lunga strada per trovare la felicità e speriamo che questo lavoro sia solo un collante in attesa di qualcosa di più bello. Neko non mi piace in questo suo viaggio nonostante ci sia tanto soul, folk e validi musicisti che sembrano fondersi in un unico strumento poliedrico. La chitarra è di Paul Rigby, il basso di Tom V. Ray e pedal steel e banjo di Jhon Rauhouse.
Le canzoni sono costruite dalla sua voce pulita e perfetta ma anche se parole forti come in Nearly Midnight, Honolulu che una mamma rivolge alla sua bimba e che Neko ha realmente udito ad una fermata del bus (“Get the fuck away from me/Why don’t you ever shut up”), non bastano a farti amare questa storia. Troppo solare, semplice e pop e questo a mio avviso, toglie spessore al brano. Qualche accenno di reggae in Bracing for Sunday che rovina il pezzo e fiati trionfali in Ragtime che non fanno risorgere il disco. Quando arrivo al quarto pezzo sento già che devo interrompere l’ascolto di questo album ma mi sento in colpa come quando non riesci a terminare un libro che tutti descrivono come spettacolare. Sensi di colpa per un artista che attraverso la sublimazione cerca di scacciare gli angeli neri che le parlano nell’orecchio.
Ma non riesco a scrivere nient’altro se non di quella volta che ho sentito piangere quella donna sull’autobus in una perfetta domenica di sole primaverile. Se guardavi fuori dal finestrino, sembrava impossibile che qualcuno potesse sentirsi sconsolato. C’erano gli alberi in fiore, uccellini ovunque, poca gente che camminava per strada e odore di desideri avverati. Le lacrime della donna non si intonavano all’ambiente o alle aspettative di quella giornata. La “musica”.
Non si abbinava a quei segni sul volto e a quella “voce” struggente. Uno dovrebbe piangere in un luogo pubblico quando il vento freddo sferza con forza o quando la pioggia è così insidiosa che ti bagni nonostante tu abbia l’ombrello. Il punto è che certe parole hanno bisogno di un accompagnamento migliore.

Miss Cassady