Nico, 1988

Vincitore a Venezia del Premio Orizzonti, “Nico, 1988” è qualcosa di più di un biopic canonico, pur avendone la cornice, e di un film musicale, pur costituendone la tela. È, innanzi tutto, un gran bel film.

Cantante, modella, attrice, diva, musa di Andy Warhol e donna bellissima. È (stata) tutto questo Christa Päffgen, meglio conosciuta come Nico. Ma, tutto questo, è anche il retaggio di una giovinezza che non l’ha mai vista veramente realizzata. Capitano di se stessa Nico lo è diventata solo nel momento in cui il passato è stato recintato da una conradiana linea d’ombra. Finito il tempo dei Velvet Underground e del Banana Album, di Warhol e della Factory, della carriera di modella e di attrice. Il presente – quello del film – parla sempre meno della Nico-diva e sempre più della Christa-musicista figlia della notte. Parla di una donna dal fisico trasandato, alterato dalle droghe, dai capelli neri e non più biondissimi, di una band di supporto composta da tossici più o meno incapaci, di ristrettezze finanziarie e di concerti in luoghi decadenti davanti a un pubblico legato all’icona ma poco all’artista. E, soprattutto, del raggiungimento di una serenità personale che da diva non aveva mai provato: «quando ero bella non ero felice».

coverlg_home

Il film di Susanna Nicchiarelli racconta gli ultimi anni di Nico, prima della sua morte a quarantanove anni per un incidente in bicicletta. La segue nel tour dell’86-88 attraverso le più disparate località europee, in un road movie dal carattere introspettivo, con una protagonista scontrosa, irascibile, goffa e autentica, inseguita dalle reminiscenze-spettri del mondo che ha abbandonato. Ormai molto lontana da quella femme fatale cantata con Lou Reed e colleghi, è rimasta lei stessa vittima di una fatalità che l’ha resa allergica al mondo liquido dei riflettori e trascinata lontano dall’amato figlio Ari.

La Nico della Nicchiarelli è interpretata dalla danese Trine Dyrholm, che presta corpo e voce al film, col merito di saper ritrarre una donna conscia dei propri errori e fallimenti, ma restituendone un’immagine di grande dignità umana, senza cercare un venefico effetto commozione. Per questo è (anche) un film sulla redenzione, dove il riscatto sta nel poter fare la propria musica senza imposizioni e nel contempo ritrovare anima ed affetti. Lei che con le imposizioni ha sempre dovuto convivere, nata nella Germania nazista, vissuta in piena guerra fredda e morta l’anno prima della caduta del Muro di Berlino.

Davide Miselli