Nymphomaniac



Dopo mesi di locandine, screenshots, teasers e trailers di varia entità, pubblicità sui social network e servizi al telegiornale, Nymphomaniac è arrivato nelle sale italiane con una diffusione inaspettata e ha scatenato un turbine di reazioni nella critica cinematografica e, soprattutto, nel pubblico. Tanta è stata l’attesa e tanta la curiosità che nessun lavoro di nessun regista morto o vivente avrebbe saputo soddisfare appieno le aspettative aperte da un’operazione pubblicitaria così massiva e martellante. I fans di Von Trier aspettavano un film che riscattasse il regista dalle atmosfere soft di Melancholia e dall’insuccesso di Antichrist, gli haters più impassibili attendevano l’ennesima occasione per infamare lui e la sua autoreferenzialità.

Partendo da una posizione il più possibile neutrale, Nymphomaniac rappresenta indiscutibilmente un passo fondamentale nella carriera del regista danese, se non altro per la quantità di pubblico che si è avvicinata al film, attratta dalle tematiche proposte e dai meccanismi mediatici di cui sopra. Se questa “mossa commerciale” (per citare i più agguerriti) sia stata proficua, azzeccata o riprovevole, lo scopriremo solo con il prossimo film firmato Von Trier, con quali malattie e bassi moralismi si presenterà e in quanti continueranno a seguirlo dopo aver scoperto il suo cinema quest’anno.
Nymphomaniac è una favola che vede protagonista Joe, che da ragazza silenziosa e annoiata si trasforma in donna e madre stanca, seguendo un percorso di coscienza personale che la porterà a diventare manager di sé stessa sfruttando caratteristiche e conoscenze maturate nel tempo. Nessuna attrice avrebbe saputo interpretare meglio questa regina rinnegata dell’oscenità come Charlotte Gainsbourg, con la sua voce controllata e in qualche modo suadente, contrastante con la fisionomia accentuata del volto. Joe racconterà infatti la propria allucinata storia in modo piatto e apatico, rivolgendosi a un uomo sconosciuto che l’ha soccorsa una sera per strada.

Seligman (Stellan Skarsgård), che non ha mai conosciuto una donna, è solo uno dei moltissimi personaggi che Joe incontrerà nel proprio cammino verso l’autoconsapevolezza di sé, verso un’epifania che avrà compimento solo attraverso la vendetta personale. Joe odia l’amore, il matrimonio, il perbenismo e tutte le sottili catene in cui l’uomo si avvolge consenziente nella società contemporanea, con lo scopo di entrare a far parte della stessa. La missione di Joe è quella di sradicare queste profonde radici attraverso la propria attività sessuale, frenetica, caotica, distruttiva. Sin dalla prima infanzia, Joe è stata scelta per una vita fuori dal comune, ma per quanto possa spingersi ai margini dell’esistenza fino a soffrirne, non può sottrarsi al fortissimo sentimento che la lega ad un’unica persona e la ossessiona continuamente. Jerome è un bulletto con la moto che si prenderà la verginità di Joe, sarà un patetico uomo in camicia e cravatta, sarà un marito disperato e diventerà un riccone pieno di debiti con il quale la donna dovrà combattere un’ultima sfida per annientare qualunque barlume di affetto dentro di sé. La narrazione nella spoglia camera monacale di Seligman è costellata di figure bizzarre, sconosciute ed oscure, insospettabili all’apparenza ma che nascondono i segreti più torbidi e che costruiscono un piccolo mondo attorno a sé del quale Joe, per periodi di tempo nonché capitoli del film, non potrà fare a meno. La scuola, il matrimonio, la maternità e la terapia non cureranno la sua ossessione, talmente visibile e fisionomica che nemmeno il mite, dotto e confortevole Seligman ne rimarrà immune.

Nelle favole che si rispettino, il finale è tragico e non lascia speranza. Se cercate anarchia, chaos e realtà brutali ma quotidiane celate sotto cuscini ricamati, reparti d’ospedale, treni fatiscenti e dettagli curati maniacalmente, Nymphomaniac non vi deluderà.

Giulia A. Romanelli