Paolo Cognetti | Intervista


Ho incontrato per la prima volta Paolo Cognetti a Bari una sera di dicembre per la presentazione di Sofia si veste sempre di nero (finalista Premio Strega 2013). Già autore di numerosi documentari e racconti, Paolo ha ammaliato tutti con la sua storia d’amore con gli scrittori americani. A maggio Terre di Mezzo ha pubblicato Il ragazzo selvatico, quindi, subito dopo averlo letto, ho deciso di contattarlo. Qui di seguito abbiamo parlato dei suoi ultimi libri, di luoghi, poeti, musica e molto altro. Gliene sono grata e gli devo molto. Probabilmente ora sarà a New York a passeggiare per i cortili di Brooklyn, ad ascoltare le sirene delle navi, a osservare gli alberi o un qualsiasi altro punto dell’orizzonte. Magari quello in cui tutti possiamo ritrovarci.

Testo e Intervista di Silvana Farina

Ciao Paolo, candidato Premio Strega 2013 con Sofia si veste sempre di nero (Minimum Fax, 2012), insieme ad alcuni nomi importanti come Siti. Come ci si sente? Forse te la staranno facendo in molti questa domanda o magari non ti sei ancora dato una risposta: eccitazione, ansia vorticosa, totale astensione di sentimenti…
Mi sento tranquillo. Sono eccitato, ansioso, impaurito, euforico quando scrivo. Non voglio fare lo snob, sono contento e orgoglioso di partecipare al premio, ma è come se uno torna da una scalata solitaria in Himalaya, gli danno una medaglia e gli chiedono se la medaglia lo emoziona… È stato difficile scrivere questo libro, ci ho messo un sacco di tempo. Ora mi godo il momento, incasso le pacche sulle spalle e accumulo entusiasmo per quando sarò di nuovo in parete.

Scrivere racconti è come sfondare una finestra, dici facendo riferimento a Carver e a molti altri autori americani. Com’è nata la finestra di Sofia?
È nata da un racconto in cui Sofia non c’era, Pelleossa. Lì ha cominciato a prendere forma questa ragazza scheletrica, arrabbiata, con un pessimo carattere, schiva e affettuosa allo stesso tempo, ribelle verso ogni tipo di costrizione. Margot, la protagonista di quella storia, è in un certo senso la sorella maggiore di Sofia.

In Per Esmé: con amore e squallore, la tua rubrica su minima&moralia, scrivi: «Anche per uno scrittore è così. Sto parlando della soggezione che provo al cospetto della letteratura, e dell’incoscienza che mi serve per scrivere una storia» e poi continui parlando della necessità di meraviglia e ingenuità. Ti è mai capitato di non riuscirci, di sentirti castrato di quella forza?
Sì, sempre di più. Più leggo i libri vecchi, e più mi pare che non ci sia alcun bisogno di scriverne di nuovi. Ma per fortuna la bellezza è feconda, quando trovo un capolavoro ho l’impulso irresistibile di aprire il quaderno e cercare di scrivere qualcosa di bello anch’io.

Come In fuga di Alice Munro, in cui torna la medesima protagonista, Juliet, prima ragazza, poi sposa, infine vedova e madre, il lettore vede crescere Sofia attraverso i vari racconti. Come gestisci il fattore Tempo?
Ti dico come vorrei gestirlo: come se fosse uno spazio in cui muovermi liberamente. Questa cosa Alice Munro l’ha spiegata molto bene, e forse risulta astratta quando viene teorizzata ma è assolutamente chiara leggendo i suoi racconti. Se non consideri il tempo come una linea in cui c’è un passato e un futuro, ma come un luogo di tanti presenti in cui ti puoi spostare a piacimento, cominci a immaginare una storia in un modo del tutto diverso.

Sofia è un personaggio irrequieto nel tentativo di trovare la sua strada: quanto c’è in lei di Sylvia Plath, del suo bisogno di essere orizzontale?
Tanto. L’orizzontalità è molto allettante per Sofia. Secondo me è riuscita a mettersi in piedi ma la vede come una cosa temporanea, non vede l’ora di sdraiarsi di nuovo.

«Non affezionarti a niente. Piuttosto che rimetterci la pelle, è molto meglio prendere le tue idee, il tuo amore, i tuoi quattro stracci e portare tutto quanto altrove / A una persona puoi chiedere un po’ di compagnia. Ma non di fondersi con te, affidargli la tua vita e farne una cosa sola con la tua. Se chiedi questo all’amore finisce che ti deludono tutti». Una curiosità: questa visione dell’amore così dura (forse solo realistica) di Roberto è anche un po’ la tua?
A me non pare una visione tanto dura. Un amore che ti faccia compagnia sembra poco fino a quando ce l’hai, o fino a quando sei molto giovane e romantico; ma quando ti ritrovi adulto e solo cominci a vederla in un altro modo.

Sofia è figlia degli anni ’70 e quel suo voglio essere felice adesso ne è una piena dichiarazione.
Anche tu sei figlio di quegli anni e di quel senso di anarchia e ribellione: citi più volte Hakim Bey (P.T. Wilson) Zone temporaneamente autonome, rappresenta qualcosa per te o è un riferimento casuale?

Rappresenta in pieno il mio modo di vivere. Hakim Bey parlava di zone di autonomia politica, ma forse senza rendersene conto ha dato una definizione molto più vasta dei nostri tempi. Per Sofia le T.A.Z. sono anche le case in cui abita, le relazioni in cui si butta, le passioni che la spingono da un posto all’altro: nella sua fuga senza fine è tutto temporaneo ma anche incredibilmente vitale.

Sofia si sente come una mongolfiera dentro una gabbia ed è una sensazione che ho ritrovato anche nel tuo diario di recente edito da Terre di mezzo: Il ragazzo selvatico, in cui dici che non hai sentito il bisogno di partire ma di ritornare a quella parte “selvatica” di te. Sofia è forse un po’ come te?
Sì, c’è tanto di me in lei. Di certo l’insofferenza all’autorità e il rapporto con la solitudine, che la attrae e le fa paura un po’ come chi soffre di vertigini si sente trascinato nel vuoto. E temo anche l’incapacità di vivere serenamente le relazioni con gli altri.

Ne La società della stanchezza (Nottetempo) Byung-Chul Han parla di sovrainformazione, cinismo e del bisogno di recuperare il concetto di noia profonda di cui parlava W. Benjamin (Angelus Novus). Quanto ha bisogno uno scrittore di quei nidi di contemplazione?
Mi sono costruito una vita in cui ho pochissime costrizioni (sono stato anche fortunato in questo): domani mattina posso andare in montagna o starmene a letto a dormire, mettermi a scrivere se mi va o andare al mercato e cucinare qualcosa di buono per qualcuno, o leggere tutto il giorno. Per uno scrittore il tempo vuoto è indispensabile. La scrittura nasce da lì. Direi che la contemplazione per me non è un nido ma la casa in cui abito di solito.

Moresco in un’intervista nella quale gli chiesero «Come vorresti morire?» rispose «Da vivo». Ti giro la stessa domanda.
Cadendo da una montagna. Che poi è come dire da vivo. Anzi è la morte più vitale che io possa immaginare. Non vorrei morire con un libro a metà, quello è un pensiero insopportabile; potendo scegliere, preferirei andarmene senza lasciare incompiuti.

Ne Il ragazzo selvatico citi De Andrè Non al denaro, non all’amore né al cielo. Musicalmente io lo paragonerei alla dolcezza folk e alle ambientazioni naturali dei primi album di Bon Iver. Se dovessi paragonare il tuo ultimo libro a un disco?
Il ragazzo selvatico è un disco di Bon Iver, Sofia si veste sempre di nero quello di una cantante punk che poi imbraccia la chitarra acustica e passa al folk più delicato. Chi potrebbe essere capace di farli entrambi? Forse Sinead O’Connor.

Il ragazzo selvatico è dedicato a McCandless che dichiari essere il tuo spirito guida. Quanto ha influenzato il tuo stile di vita e la tua scrittura la storia di Christopher Johnson McCandless ribattezzatosi Alexander Supertramp?
Lo stile di vita molto. È stato come incontrare uno spirito affine, qualcuno che senti di capire profondamente. È il sentimento di cui parla Krakauer nel libro che ha scritto su di lui, in cui si chiede a lungo che cosa lo attragga in quel ragazzo e infine non può che parlare di sé, del suo stesso bisogno di ribellione, solitudine e avventura. Poi non è detto che uno debba perdersi in Alaska per trovarle. Ci sono tanti modi di liberarsi di tutto e partire. La storia di Chris ti mette una gran voglia di farlo, io sono andato in montagna grazie a lui.

Mi ha colpita molto il tuo citare le poesie di Antonia Pozzi, che scriveva «vivo della poesia come le vene vivono del sangue», cercando di esprimere con le parole l’autenticità dell’esistenza, non trovandola nella propria. Che cosa ti lega alla poetessa milanese?
Milano e la montagna, prima di tutto. Sono cresciuto vicino a casa sua e cammino per i sentieri che anche lei ha battuto, mi sembra di avere negli occhi gli stessi tetti di città, le stesse cime. Sento di capire quella tensione verso la libertà e l’essenza delle cose. E la scrittura come luogo in cui trovare rifugio, finché è possibile. Ad Antonia a un certo punto non bastò più, morì suicida a ventisei anni. Anche lei combattuta tra orizzontale e verticale. È stata la nostra Sylvia Plath, aspetta ancora il posto che merita nella poesia italiana del Novecento.

«Soprattutto non scrivevo che per me è come dormire o non mangiare: era un vuoto che non avevo mai sperimentato». Di qui la necessità della solitudine nella natura che ha richiamato alla mia mente La lucina di Moresco. Che cosa ti ha spinto a pubblicare un diario così intimo?
È nato un po’ alla volta sul mio blog. Dunque non è mai stato un diario, fin dall’inizio era una narrazione. Cercavo di raccontare agli altri quello che stavo vivendo: per me il bisogno della scrittura è questo. Sembra un testo più intimo perché è dichiaratamente autobiografico, ma sai quante cose di me non sono riuscito a dire lì, e invece magari le ho dette in Sofia? Sento lo stesso grado di intimità in tutti miei libri.

Fai dei lavori per mantenerti o ti basta la scrittura?
No, con la scrittura si guadagna pochissimo! In montagna mi sono mantenuto facendo il cuoco, a Milano ho lavorato per qualche anno in un’osteria. E poi corsi nei circoli, nelle librerie, nelle scuole. Quest’anno un paio di traduzioni. Va bene così, la vita nutre la scrittura, è in una cucina o dietro il banco di un bar che nascono le storie.

New York è una finestra senza tende, la montagna il tuo rifugio… Milano, invece, è una città dal valore semantico molto ampio. Che cosa rappresenta per te?
Da dove vengo. Un luogo a cui sento di assomigliare. Credo sia la città italiana più odiata dai suoi abitanti, perché è dura, brutta, ostile, ma in compenso ci ha forgiato il carattere, e ci lascia partire senza troppe nostalgie.

Citi Walden di Thoureau, soprattutto quando parla della solitudine e dice «ci incontriamo troppo spesso senza avere il tempo di acquisire valore nuovo uno per l’altro». Quanto conta per te la relazione con gli altri o sei un tipo piuttosto schivo?
Sono timido. Come tanti timidi, faccio fatica a entrare in relazione con gli altri a meno che non mi innamori perdutamente (di un amico, di una ragazza, di un maestro). Allora esagero. Finisco per rovinare tutto. Vorrei avere relazioni adulte, calorose e tranquille, di quelle che proseguono per anni e diventano solide amicizie, ma si vede che la mia vita non è così, so solo passare da un amore all’altro un po’ come Sofia.

Hemingway di Grande fiume dai due cuori: c’è qualcosa che ti accomuna a Nick Adams?
La sua infanzia, credo. Quella casa in riva al lago Michigan è molto simile, nei ricordi, a una certa casa di montagna in cui passavo le estati. Il rapporto con il padre che è un misto di ammirazione e timore. L’amore per l’avventura. Poi Nick è partito per la guerra, e lì le somiglianze finiscono.

Nel capitolo Maschi parli del tuo bisogno di avere maestri come Gabriele e Remigio, a cui insieme a McCandless va la tua dedica. Chi o che cosa è oggi il tuo punto di riferimento imprescindibile, quello che non ti fa perdere l’orientamento, che non ti fa sentire una riverberata sineddoche, una pallina di carta stagnola vuota accartocciata su se stessa?
Mi piacerebbe dire che sono io. La scrittura, la montagna, le relazioni. Che tutto questo mi rendesse forte e ben piantato sui piedi. In realtà mi sento molto instabile, forse non proprio una riverberata sineddoche ma una foglia nel vento, speriamo che mi porti in qualche bel posto.

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Silvana Farina