Paolo Zardi e Il Giorno Che Diventammo Umani



Con la scusa dell’uscita della sua ultima raccolta di racconti, Il Giorno Che Diventammo Umani (Neo Edizioni quattordici euro), ho fatto alcune domande allo scrittore Padovano Paolo Zardi (1970), che oltre a autore dalla scrittura levigata, misurata e precisa, è anche costantemente attento alle esigenze della narrativa. Cosa scrivere, come scrivere, gli autori, sono spesso i soggetti degli interessanti post del suo blog Grafemi. Scrittore, blogger e narratore focalizzato sull’intimità quotidiana (dramma borghese si diceva negli anni sessanta), che per temi e approccio ricorda Moravia.
Quello che conta, al di là delle definizioni stilistiche, è che Paolo Zardi è l’esempio di cosa significa essere autore che vive nella realtà presente dei nostri anni dieci.

Da quali esigenze è nato il Giorno Che diventammo Umani?

Ti rispondo con una domanda: perché si scrive in generale? Me lo sono domandato più di qualche volta, e non credo di aver trovato una risposta soddisfacente fino in fondo. Ho due figli, e il più piccolo, che ora ha sette anni, si diverte a disegnare: si mette sul tavolo per un’ora, e con la linguetta fuori, e una concentrazione quasi religiosa, produce le sue piccole opere. Non credo che le motivazioni che spingano qualcuno a scrivere siano poi così diverse da quelle che stanno dietro allo sforzo di un bambino: c’è il semplice, umano desiderio di produrre qualcosa di bello. E’ più o meno da ventimila anni che gli uomini sentono il bisogno di lasciare un segno: immagino lo stupore, e l’inaspettato piacere, che i nostri antenati devono aver provato nelle grotte di Lascaux mentre lasciavano le impronte delle loro mani sporche di cenere sul muro.
Ma non c’è solo questo: le più importanti forme di espressione riguardavano la caccia – quindi il conflitto per vivere e non morire – e la fertilità femminile, con le statue di donne dai seni enormi. Vita, amore e morte: i misteri di sempre. Se avessi scritto racconti ventimila anni fa, probabilmente mi sarei chiesto: perché i mammut lottano con tanto ardore per la propria vita? In che modo la loro morte si trasforma nella mia vita? Quale miracolo sta dietro al latte che esce, copioso, dalle mammelle delle donne? Perché abbiamo sempre fame, e perché moriamo tanto facilmente? Ma sono un uomo occidentale, del ventunesimo secolo. I problemi che hanno afflitto gli esseri umani per millenni sono stati, almeno qui, risolti. Eppure, scopriamo che questo non basta a essere felici. Rimangono ancora i misteri della vita, dell’amore e della morte. Questa è dunque l’esigenza: lasciare, sulle pareti delle grotte del ventunesimo secolo, il segno dei miei dubbi.

Quando racconti una storia o descrivi un personaggio quale metodo preferisci seguire? (es pochi semplici dettagli, descriverne i comportamenti, accumulo etc)

L’ho capito da poco: parto sempre da un’immagine reale, che incrocio in un momento in cui sto pensando a tutt’altro, e inizio a pensare a tutto quello che potrebbe esserci dietro: perché lui è tanto duro con lei? Perché lei sembra pensare ad altro mentre lui la bacia? Perché quel padre sembra vergognarsi di suo figlio? L’idea iniziale poi viene lasciata ad incubare per mesi, e talvolta per anni. Cerco altri dettagli, l’ambientazione, i personaggi più adatti per mettere in scena quel particolare problema. Quando inizio a scrivere, di solito bastano poche ore per arrivare alla fine. Non so se uso pochi o semplici dettagli, se vado per accumulo… Scrivo senza pensare a questi aspetti, e non mi sono mai soffermato a riflettere su questo aspetto. So come arrivo a scrivere una storia, ma dal momento in cui inizio a buttare giù le parole, vado con il pilota automatico.

Qual è il genere di umanità che ti interessa raccontare?

Quella che sento più vicina. Evito accuratamente storie di pazzi, storie esotiche, storie di personaggi che risulterebbero assurdi nella vita di tutti i giorni. Il test a cui sottopongo l’umanità che racconto è: io, sarei in grado di farlo, in una situazione analoga? Perciò scelgo un’umanità borghese, occidentale, mediamente colta, con una famiglia alle spalle e un lavoro che occupa la maggior parte del tempo: su questi vincoli, introduco l’anomalia, l’evento inaspettato.

Quando, e se, ti immedesimi nel lettore cosa cerchi di fargli provare? Cerchi di accontentarlo e gratificarlo o di rendergli la lettura difficile?

Non conosco i lettori che leggeranno le mie cose; ho letto alcuni feedback sui tre libri che ho scritto, e spesso mi sono stupito nel vedere le motivazioni che stanno dietro ai loro pareri. Un libro è fatto per metà da chi lo scrive e per metà da chi lo legge: per convincersi di questo, è sufficiente pensare al valore che potrebbe avere un libro scritto in una lingua sconosciuta. L’unico lettore a cui penso, quando scrivo, è un certo Paolo Zardi: cosa vorrebbe leggere? Se riesco a farlo contento, ho raggiunto il mio scopo.

Quali sono i punti in comune e di divergenza tra Il Giorno che diventammo Umani e Antropometria (raccolta di racconti d’esordio, del 2010)?

“Antropometria” raccoglie le prime cose che avevo scritto tra il 2007 e il 2010: avevo iniziato a scrivere da poco ed ero ancora alla ricerca di una mia voce. Quando l’avevo presentata all’editore, conteneva più di trenta racconti, molti dei quali sono stati esclusi perché non avevano nulla da spartire con gli altri. Attraverso “Antropometria”; dunque, ho scoperto che tipo di scrittore sono. “Il giorno che diventammo umani”, invece, nasce con un’idea molto precisa in testa. Non è propriamente una raccolta: diciamo piuttosto che ho scelto di raccontare una storia attraverso una serie di racconti che illustrassero quel particolare momento in cui si diventa umani fino in fondo. Se fossero due dischi, “Antropometria” potrebbe essere una raccolta di singoli, “Il giorno che diventammo umani” un concept album.

Qual è la realtà che oggi ti senti chiamato raccontare?

Parlo di ciò che vedo e di ciò che sento, cercando di organizzare il mondo che mi circonda con gli strumenti della narrativa. Ma esiste davvero una sola realtà? In che modo si assomigliano la realtà di un ragazzo nato nello Zimbabwe e quella di un altro cresciuto a Toronto? Nabokov diceva, nella prefazione a Lolita, che la parola “realtà” andrebbe sempre messa tra virgolette. Sono uno scrittore per lo più realista – non mi piace il fantastico o il magico – ma la narrativa interpreta sempre la realtà, e la trasforma. E sono convinto che lo sforzo dell’artista debba concentrarsi più sui meccanismi di quella trasformazione che sul punto di partenza.

Flaubert e l’afasia del giudizio, pensi che questo atteggiamento sia ancora valido o superato?

Flaubert diceva che uno scrittore, nel suo romanzo, deve essere come Dio: è ovunque, ma non si vede mai. Da Flaubert in poi esiste un patto tra lo scrittore e il lettore: chi scrive mette in scena un problema – morale, estetico, etico – e chi legge fornisce la propria soluzione. Dickens intendeva insegnare qualcosa ai propri lettori; ora pochi sarebbero disposti a sopportare di leggere i sermoni di uno scrittore. Ma il giudizio dello scrittore è sempre presente, comunque: si esprime nella scelta degli aggettivi, nelle congiunzioni avversative, nello spazio dato a un singolo evento o a un personaggio. Semplicemente, non viene detto.

Internet, i blog i social network; in che modo credi che influenzino il punto di vista e lo stile di chi scrive?

E’ evidente che i social network, come Facebook e Twitter, stanno modificando la percezione del mondo, e in particolare dello spazio e del tempo. La timeline che avanza inesorabile, cancellando tutto ciò che ha più di qualche ora, è un punto di vista che non può essere eluso; e la facilità con la quale persone fisicamente distanti possono entrare facilmente in contatto è un altro aspetto decisivo. Ai giorni nostri, Romeo e Giulietta non avrebbero fatto tutto quel casino con le pozioni e gli appuntamenti sbagliati.
Da questo punto di vista, credo che prima di tutto sia cambiato il punto di vista di chi legge. Da un po’ di tempo incontro ragazzi nelle scuole e parlo con loro di scrittura e libri. Recentemente ho proposto a due classi la lettura di un breve racconto di Cechov: sessanta lettori, sessanta persone che mi hanno detto di non averlo apprezzato. I motivi? Troppo lento, troppo lungo. Gli scrittori hanno ancora voglia di raccontare storie lunghe e complesse – dovremmo domandarci se esistono ancora lettori che hanno voglia di leggerle.
Per quanto riguarda i blog, dopo l’euforia della metà degli anni zero, penso che siano rimasti in piedi quelli che avevano sostanzialmente qualcosa da dire: i blogger che avevano semplicemente bisogno di dire al mondo che esistevano, si sono spostati in massa verso strumenti più semplici e meno impegnativi, come Facebook e Tumblr. Servono a qualcosa? Credo di sì. L’unico rischio è che diventino in qualche modo autoreferenziali, che facciano fatica a uscire dalla cerchia che li segue.

Credi che l’attenzione verso le grandi serie televisive sia positiva? E’ sintomatica del fatto che molti romanzi non si occupino più di narrare?

So di questa attenzione verso le grandi serie televisive, ma da almeno dieci anni ho smesso di guardare la televisione, e quindi assisto da spettatore esterno a questo dibattito. Le forme della narrazione cambiano. Una serie televisiva non è molto distante da un romanzo a puntate dell’ottocento; allo stesso tempo, però, offre un prodotto più fruibile, e più facilmente condivisibile. Credo che la tendenza dal difficile al facile, dal complesso al semplice, derivi da qualche principio entropico: cresce il casino, cala la capacità di starci dietro. Il romanzo, come la sinfonia, è destinato a sparire, superato da forme espressive più semplici, e meno potenti. Ma non sono in grado di dire se saranno le serie televisive a prendere il posto del romanzo: lo capiremo nei prossimi venti o trent’anni.

Pensi che le serie Televisive possano apportare un’evoluzione nel modo di scrivere di un narratore?

Pur non conoscendo nel dettaglio le serie televisive, è probabile che il tentativo di imitarle spinga gli scrittori a privilegiare gli aspetti legati all’intreccio a scapito dell’introspezione. Ma, ripeto, è un tema che conosco poco.

Quali sono i tuoi padri spirituali della letteratura dai quali senti di imparare e in che modo credi sia possibile superarli?

Sono sempre alla ricerca di autori che possano in qualche modo farmi cambiare idea sulla scrittura – ho un personale altarino interiore nel quale venero il genio e il talento di alcuni scrittori che reputo essenziali per la mia esistenza, e sono sempre felice quando ho la possibilità di ripetere i loro nomi. Il mio Olimpo è composto da Philip Roth, Vladimir Nabokov, Martin Amis, Flannery O’Connor, David Foster Wallace, Saul Bellow, Franz Kafka, Milan Kundera. Di loro, leggo e rileggo ciò che hanno scritto. Superarli? Impossibile, almeno per me. Ma sicuramente indicano una direzione, ed è quella che cerco di seguire.

Quali pensi che sia la tendenza attuale di (tutta o parziale) la narrativa italiana?

Conosco poco la narrativa italiana: per motivi che non conosco, l’ho sempre trascurata. Sto rimediando solo di recente, con la lettura di ottimi libri come “Sparire” di Fabio Viola, “Quattro soli a motore” di Nicola Pezzoli o “I segnalati” di Giordano Tedoldi, “Ti ascolto” di Federica De Paolis. Non so dire se esista davvero una tendenza, o se questa riguardi gli scrittori o, piuttosto, come di solito accade, gli editori. Le cose che ho letto, comunque, mi hanno sorpreso per la loro originalità, e per la loro alta qualità.

Apprezzi , come molti lettori italiani, David Foster Wallace; quali pensi che siano gli aspetti positivi e negativi sulla sua influenza?

Ho scoperto David Foster Wallace nel 2007 e per me è stato una folgorazione: se scrivo racconti, lo devo a lui. Come tutti i grandi scrittori, invita all’emulazione, con il rischio di trovarsi di fronte a una schiera di replicanti, nella migliore delle ipotesi, o di patetiche parodie. Tutti i geni sono pieni di difetti, e tali difetti – le ossessioni, la megalomania, l’ego smisurato – sono necessari alla loro grandezza. Di Wallace bisognerebbe trattenere l’estremo coraggio, la smisurata capacità di usare la lingua in tutte le sue forme, e la profonda empatia che prova per il mondo.

Gregorio Enrico