Parasite

Il rapporto tra ricchi e poveri è un tema cardine della storia del cinema del ‘900 e anche di questo nuovo millennio, sia esso declinato attraverso la commedia, il dramma , il cinecomic (“Joker” quest’anno ci ha parlato anche di questo) o la tragedia. “Parasite“, con una straordinaria forza, si inserisce all’interno di questo filone, mettendo in scena un’opera più unica che rara che attraverso un mix di commedia, azione, horror e tragedia non potrà non lasciare lo spettatore indifferente.

Bong Joon-Ho racconta la storia della famiglia Kim,che è già chiara alla prima scena. Bong fa poche back stories, tutto viene raccontato attraverso le immagini: partiamo dal basso, siamo in un seminterrato e vediamo “gli altri” dal basso, attraverso una finestra, che deve rimanere aperta nonostante si stia facendo una disinfestazione. Poi vediamo immediatamente tutti i “furbi” membri della famiglia cercare di fregare una ragazza che gli ha dato un lavoro, fatto da loro in maniera alquanto approssimativa.

Nel momento in cui al figlio Ki-woo viene proposto di andare ad insegnare inglese alla figlia di una ricca famiglia, ecco partire l’inganno e piano piano osserveremo tutta la famiglia Kim confrontarsi con i Park (madre, padre e i due figli), ma soprattutto con la loro casa. Sì, perchè l’abitazione dei Park è un’assoluta protagonista della storia, diventando per più di metà film il teatro della commedia/dramma/tragedia.

E’ affascinante osservare l’abilità di un regista nell’utilizzo minuzioso degli spazi chiusi. Traendo spunto dal grande cinema d’azione (ricordiamo che Bong è regista anche del meraviglioso “Snowpiercer”) e dal cinema horror orientale, che è ossessionato dalle abitazioni, assistiamo ad un dinamismo impressionante se pensiamo alla chiusura dell’ambiente. Invito tutti ad osservare quello che Bong fa con le scale della casa, impiegandola in tutte le maniere con un’efficacia impressionante.

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La tecnica regista (ovvio il premio come Miglior Regista agli Oscar) non è, però, fine a se stessa, ma si integra perfettamente con i contenuti che il regista vuole veicolare. Per esempio, il discorso di classe è veicolato (come detto nella prima scena) anche dai piani diversi su cui vengono ambientate le scene, c’è questo continuo salire e scendere che quasi stordisce lo spettatore, ed in questo mi ha ricordato anche la grandissima struttura cinematografica del “Festen” di Thomas Vinterberg.

“Parasite” è una macchina incessante di cinema e di messa in scena della nostra società e, soprattutto, della disperazione e del cinismo in cui oggi viviamo. A differenza, per esempio, dell’idea di Ken Loach, per cui ad un certo punto c’è la solidarietà di classe, Bong Joon-Ho ci sbatte in faccia la guerra dei poveri, in cui ciò che conta è solo il tornaconto personale: in questo non c’è differenza tra ricchi e poveri, non ci sono buoni e cattivi. Senza spoilerare nulla, ad un certo punto c’è una scena in cui 6 persone si buttano su uno smartphone (non vi dirò perchè): penso sia una delle immagini più forti degli ultimi anni.

“Parasite” è una macchina incessante di cinema e di messa in scena della nostra società…

Penso si sarà intuito. “Parasite” è stato più che giustamente il film più bello del 2019, una lezione di grandissimo cinema, la cui potenza si fonde perfettamente tra stile e contenuto narrativo. Dopo l’edulcorato “Okja” per Netflix, Bong Joon-Ho si siede alla tavola dei grandi con merito e sono molto curioso di vedere come verrà declinato il suo progetto in serie TV (già acquistato dalla HBO), perchè oggi i grandi artisti non hanno paura di espandere e arricchire il racconto. Applausi al Best Movie 2019.

Matteo Palmieri