Pearl Jam a San Siro

Foto di Alessandro De Vito
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Il 20 Giugno 2014 San Siro non ha deluso gli amanti della musica dal vivo: nonostante le zanzare e il caldo afoso, i Pearl Jam hanno senza dubbio regalato uno dei concerti più belli degli ultimi anni.
Eddie Vedder, sprizzando grunge da tutti i pori, è salito sul palco con una chitarra acustica molto prima dell’inizio del concerto, pochi minuti prima della partita dell’Italia contro il Costa Rica e, indossando la maglia degli azzurri, ha iniziato a suonare Porch. Vero è che i nostri calciatori hanno incassato una sconfitta, ma cosa credete abbiano pensato i fan italiani vedendo apparire improvvisamente ed inaspettatamente Eddie su quel palco proprio in quel momento? I cuori di tutti si sono accesi ed hanno cominciato a desiderare ancor più ardentemente la sua entrata serale: quello show atteso da mesi stava finalmente per avere inizio.

Tra il nervosismo per la sconfitta dell’Italia e un paio di birre bevute per consolazione, la trepidazione aumentava sempre più di minuto in minuto. E i Pearl Jam non hanno deluso le aspettative.
“Ci siete tutti? Siete pronti?” – è quello che ha detto Eddie Vedder cercando di parlare italiano nel miglior modo possibile, prima di cominciare a suonare Release, primo pezzo, tratto dal memorabile album di debutto del 1991 “Ten”. A seguire Nothingman, pubblicata per prima volta nel 1994 in “Vitalogy”, album caratterizzato da atmosfere introspettive e tenebrose e Sirens, quest’ultima tratta dal nuovo “Lightning Bolt” e terminata durante il concerto con un sorprendente assolo di chitarra. A quel punto chiunque avrebbe scommesso per una carrellata di pezzi nuovi, ma i Pearl Jam ci hanno colti alla sprovvista: l’intro della leggendaria Black ha cominciato a risuonare nell’aria milanese portando dallo stordimento e dall’iniziale sorpresa, alla voglia di assaporarla fino all’ultima parola, di tanto in tanto ad occhi chiusi, intonandola insieme ad Eddie Vedder.

“Ho fatto tanti brutti sogni e ho avuto delle visioni tali che ora ho paura di chiudere gli occhi. Penso di aver letto troppi giornali, ma ora vedo che Milano è un grande sogno. Grazie a tutti”. L’adorazione nei confronti di Eddie quale uomo, oltre che cantante, cresceva sempre più negli occhi degli spettatori che avvolgevano perfettamente il palco nell’oscurità di San Siro.
E poi: “Quattordici anni fa abbiamo suonato a Milano, ma ero sotto un treno”, confessa, riferendosi alla separazione dalla ex moglie Beth Liebling, con una bottiglia di vino stretta tra le mani. “Ma quel giorno ho incontrato una ragazza che è diventata mia moglie e la madre delle mie figlie. Stasera sono qui con me. She’s Eva Kant. She is the star in this sky”. Dopo questa dichiarazione ha iniziato ad arpeggiare la magica Just Breathe introducendo la fase più intima dello spettacolo e portando forse al raggiungimento del picco massimo di commozione in quelle tre ore di show.
Mi risulta davvero difficile scegliere alcuni pezzi ed indicarli come i meglio riusciti della serata, perché ognuno di essi è riuscito a colpirmi ed emozionarmi a modo suo, rendendo così l’intero concerto un ricordo speciale da prendere e portare con me per sempre. Dopo MFC e Given to Fly, entrambe tratte da “Yeld” del 1998, album caratterizzato da un ritorno alle vecchie sonorità rispetto al precedente “No Code” del 1996, mi sono ritrovata a vestire di un senso di gioia costellato di malinconia, quella malinconia che sopraggiunge tutte le volte che qualcosa di particolarmente bello finisce. Uno show di tre ore in cui Eddie Vedder, Mike McReady, Jeff Ament, Stone Gossard e Matt Cameron hanno affascinato i 60.00 spettatori. E poi a seguire Even flow, Rearviewmirror, Daughter, Jeremy, Setting Forth tratta dall’album di debutto di Eddie Vedder come solista nonché colonna sonora del film Into the Wild e il magico trittico Spin the black circle, Lukin e Alive e per finire la celebre Rocking in the Free World di Neil Young e Yellow Ledbetter hanno acceso le corde vocali dei fan che hanno cominciato a cantarle tutte senza interruzioni, riportando in auge la voglia di indossare camice a quadri e ascoltare del buon vecchio, immortale grunge. Il grunge è morto? Io dico di no. E i Pearl Jam sono venuti da Seattle per dimostrarcelo.

Anna Maria Schirano