Pineda

Due chiacchere con Umberto Giardini (ex-Moltheni) sui Pineda…

Intervista di Eugenia Durante

Troppo spesso ci si trova davanti ad album magari impeccabili dal punto di vista esecutivo, ma a cui manca l’anima. Ascoltando il vostro LP mi è sembrato, invece, di trovarmi davanti a tre amici dall’intesa perfetta che, mentre suonano, prima di tutto si divertono. Ho avuto un’impressione corretta?
Si, e’ un impressione che ricalca moltissimo la realtà. Pineda e’ un progetto nato senza la volontà di nascere e l’empatia che si respira al suo ascolto è frutto del più puro disinteresse per ciò che poteva essere il dopo produzione di tale lavoro. Avevamo già collaborato molto tutti e tre con Moltheni quindi conoscevamo bene le nostre caratteristiche umane, ma e’ stato ugualmente sorprendente registrare questo esordio e vederlo crescere da se in modo così naturale.

Da cosa e quando è nata la decisione di abbandonare gli abiti di Moltheni per rinascere in questo nuovo progetto? E’ stato difficile?
Non è stata una decisione nata o scaturita da qualcosa in particolare è stato un processo di auto annullamento molto naturale. Moltheni è un progetto che si è concluso perchè il suo tempo era finito; credo in tutta onestà che fu sottovalutato soprattutto da un punto di vista concettuale, ma gli anni gli daranno ragione basta guardarsi attorno e vedere cosa il mercato indie offre oggi.

Le influenze al progressive e al rock psichedelico anni ’60 si fanno sentire, ma si possono scorgere anche riferimenti più contemporanei. Quali sono i gruppi che maggiormente vi hanno ispirati nella stesura del disco?
Più che i dischi ci hanno accompagnato motissimi ascolti di band e suoni che ognuno di noi tre ama.
Il prog degli anni 70 a partire dagli Yes, ai Soft Machine, ma anche il funky e il post-rock dei 90. Il tutto abbracciato dalle mani della psichedelia che per me rappresenta la musica madre di sempre. I riferimenti più contemporanei di cui parli credo siano riferiti e scaturiti da noi stessi, che amiamo così tanto la musica di un passato che fu, ma che la creiamo oggi con le nostre teste e mani.

La scelta di intraprendere un percorso puramente strumentale è coraggiosa: da un lato è forse più fruibile a livello internazionale, dall’altro rischia di spaventare il pubblico. A cosa è dovuta la scelta di abbandonare il microfono per dedicarsi puramente alla musica?
Anche questa non è stata esattamente una scelta, e poi il pubblico non si spaventa perchè dorme sereno nel suo limbo dell’incoscienza. Il pubblico non è cosciente di ciò che accade nel mondo della musica. Se Miles Davis fosse vivo, ben pochi se ne accorgerebbero in Italia.

In un momento di crisi per le grandi major musicali, il vostro primo LP, registrato presso le Officine Meccaniche a Milano, esce anche in vinile in edizione limitata per l’etichetta indipendente DeAmbula Records. Che cosa ne pensate della situazione in cui versa l’industria discografica e come mai avete deciso di affidarvi ad una label indipendente?
Ci siamo affidati ad una label indipendente perchè nessun altro sarebbe stato interessato al progetto, oggi. Cosa ne pensiamo della situazione in cui si è cacciata l’industria discografica? Non saprei cosa rispondere, ho cose più importanti a cui pensare.

Quali progetti avete in porto per il futuro? Cosa dobbiamo aspettarci dai Pineda?

Suonare, e chissà… in futuro un altro disco più elaborato.