Prima che tu mi tradisca



Il Male esiste. Ha fogne, edifici e strade lungomare: il suo nome è Bari. Non è una città infestata, ma una città infestante, un vaso di Pandora aperto che contamina i suoi bar, i suoi ponti e le sue persone, il cui centro risiede a Japigia.
La famiglia Cipriani-Acquafredda è una famiglia infetta dal Disastro di Bari del 2 dicembre 1943 e tale infezione, questa tendente volontà a cedere al male si vede in ogni tradimento, in ogni egoismo e in ogni omertà che ciascun membro della famiglia compie senza rimpianto. Al centro di tutto, due sorelle, Angela J e Michela, e le loro vite votate al farsi del male.

Un padre che fa affari con la mafia e tradisce la moglie con una zia, una madre che sa del tradimento, ma sta zitta perché ‘senza un uomo una donna niente è’, un quartiere in cui sotto casa spacciano droga senza problemi e i figli dei malavitosi posso ammazzarti di botte e rubarti il motorino, questo è il mondo in cui Angelagéi, nel ’95 a soli vent’anni, scopre di vivere. Per questo, per salvarsi dalla distruzione dei suoi valori, scappa a Roma con Sté senza lasciare un biglietto nemmeno a sua sorella. Michela, nel ’95, ha quattordici anni, è vergine ed è il riflesso e l’ombra della bella Angela J.
Due anni dopo la sua scomparsa, riceve una telefonata: sua sorella è viva ed è madre. Ma lei non è più la Mickey che intuisce ciò che gli accade intorno ma non lo dice perché ‘la prima regola, nella sua famiglia, è meno si dice meglio è’. Lei, Bari, l’ha cresciuta cinica e cattiva, egoista al punto da non rivelare ai genitori che sua sorella è viva, non tanto perché sua sorella così le aveva chiesto, quanto perché voleva rimanere la figlia prediletta dopo la scomparsa della maggiore. Anni dopo, entrambe a Roma, continuano a sentire i sintomi della loro città natale che portano Angela a tradire il marito Sté con cui ha avuto una seconda figlia e Michela a continuare a mentire e pian piano fallire la sua intera vita.

Così, un tradimento dopo l’altro verso le persone che amano e verso loro stesse, si arriva ad una fine cinica e cattiva come l’intero libro.
La Lattanzi, narratore onnisciente, descrive questa storia attraverso l’accozzaglia di pensieri dei personaggi, spesso in dialetto o con tipiche espressioni baresi, divertendosi col lettore a creare suspense, principalmente attraverso il gioco ‘ti dico, ma non tutto’.Tuttavia la cosa più stupefacente e devastante allo stesso tempo sono le sensazioni che l’intera vicenda narrata ti lascia mentre leggi.
Inizialmente ansia: attraverso i pochi commenti del narratore e attraverso gli occhi di una bambina ingenua che si accorge ma non sa, percepisci le cose crudeli che verranno descritte nei capitoli a seguire e ti senti impotente, completamente in balia della storia. Successivamente rabbia per la violazione di ogni valore in cui tu stesso credi.

Ma è circa a metà libro che ciò che ti si presenta, ti sconvolge. L’autrice barese, giocando con gli avvenimenti che descrive in ordine casuale e non cronologico, ti serve su un piatto d’argento la più grande paura di ogni persona: l’impossibilità di controllare il futuro e di vederne il peggio. Narra l’agonia del tradimento, del fallimento, dell’amore non ricambiato, dei figli voluti troppo presto, di distruzione di valori personali e di legami che si rompono per sempre, senza scampo e senza soluzioni.
La Lattanzi è in grado, attraverso questo libro, di immergere il lettore in questa malattia, disarmante, devastante e irreversibile della società di Bari. E non c’è una cura.

Giulia Ventura