Proprietà Privata

di Richard Yates (Minimum Fax 2012 12,50 euro)
Traduzione Andreina Lombardi Bom

All’inizio trovavo sgradevoli i racconti di Yates; sofferenze, miserie umane e delusioni a non finire mi sembravano costanti troppo gratuite nelle sue storie. Sensazione di sgradevolezza come guardando “Il Posto Delle Fragole”. Uno legge (o guarda nel caso di Bergman) e pensa –caspita ma che bisogno c’è? Ma pensandoci meglio quella sgradevolezza non ha a che fare con i racconti in sé ma con il fatto che si finisce col riconoscersi in quelle miserie lì, anche minime, subdole. Tutti siamo, in diversa misura, ma tutti comunque, subdoli e egoisti.

E perché pensavo che tutto ciò che Yates voleva mostrare fosse un pugno di personaggi raccontati in un momento di debolezza, proprio quando la loro vita fa CRAC. Sbagliatissimo da parte mia credere che Yates volesse essere commovente o paternalistico.
In Yates è solo una questione di punti di vista, perché l’angolo da cui decide di riprendere tutto è solo un po’ di traverso, per cui chi tradisce è in secondo piano, chi viene tradito/umiliato è davanti a noi, davanti a noi lettori. Ma resta il fatto che Yates non vuole parlarci di chi soffre, ma di chi fa soffrire, nonostante le prospettive siano invertite.
Prendiamo il racconto “ Proprietà Privata ”; una bambina che vive con il fratello e la zia un giorno a scuola trova una moneta da cinquanta centesimi; tiene nascosta la cosa, ma quando la zia la scopre le fa restituire la moneta perché pensa che l’abbia rubata. Tutto il racconto è l’altalena di ansia e preoccupazione di questa bambina che teme di esser scoperta e venire umiliata dalla zia. Questo è quello che ci fa vedere Yates: una bambina che va a piangere di rabbia nel capanno degli attrezzi nel giardino sul retro. Ma ciò che davvero mette in luce è il fatto che questa zia non ama i suoi nipoti, non li capisce e li vede solo come una responsabilità che non vorrebbe nemmeno prendersi. Un impegno che richiede rigidità e costanza.

Per questo appena scopre della moneta della nipote non ci pensa su due volte e la fa restituire; vuole essere giusta, ma finisce con l’esserlo nel modo più sterile possibile. Yates gestisce elegantemente la materia nello scegliere cosa farti vedere e cosa farti capire.
Coool” come direbbero i ragazzi con i new era in testa agli angoli dei quartierazzi suburbani.
Stesso discorso per “Sera in Costa Azzurra” e “Il Canale” che valgono l’acquisto del volumetto. Nel primo una vacua moglie insoddisfatta si concede una scappatella; nel secondo Yates ci fa spiare a un party che sta sfumando nella sonnolenza una conversazione tra due reduci trasformata nell’ennesima occasione per autoincensarsi:” Non è stato allora che ti hanno dato la medaglia al valore, tesoro?”
Tutto sullo sfondo dell’ America degli anni quaranta/cinquanta (dove il vento soffia solo per far sventolare la bandiera degli USA vittoriosi), il palcoscenico eterno di Yates per ogni sua storia, e perché cambiare dopotutto; la società aveva già tutto ciò che serviva a rendere universali le sue storie: benessere, perbenismo, ipocrisia, piattezza culturale; fattori che permettono a Yates di vestire al meglio il suo ruolo di commentatore sardonico. Quel tipo di commentatore che al cinema, seduto dietro di te, si china in avanti per soffiarti nell’orecchio che tanto è tutto finto.

Gregorio Enrico