Ready Player One

71. Non sono i milioni di dollari che ha incassato il film al primo week end di botteghino negli USA, ma sono gli anni di questo meraviglioso regista, di nome Steven Spielberg, che ancora oggi è in grado di farci sognare. Intere generazioni sono cresciute nel mito di questo eterno bambino, che, ancora oggi, guarda al mondo del cinema con quello stupore e quella fascinazione che noi vediamo in tutti i suoi film, siano essi impegnati (“Schindler’s List”, “Il Colore Viola”, “Salvate il Soldato Ryan”…) oppure esclusivamente di intrattenimento (“Jurassic Park”, “Indiana Jones”, “The BFG”). E questo “Ready Player One non è assolutamente da meno.

Tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Cline (qui anche sceneggiatore), il film è ambientato nel 2045, in un futuro distopico in cui il pianeta Terra è consumato da tutti gli sprechi degli esseri umani, a cui è rimasta (sembra) un’unico tipo di vita: quella virtuale. Attraverso un visore ci si connette a questo universo di infinite possibilità chiamato OASIS, al cui interno il nostro protagonista, Wade (Tye Sheridan), si cimenterà in una particolarissima gara per la conquista dell’Oasis stesso e del futuro dell’umanità, reale e virtuale.

Da amante viscerale di Steven Spielberg devo ammettere che, nonostante io abbia apprezzato molto questo film probabilmente non riuscirà a fare la storia come spesso è capitato al regista di “Lo Squalo“. Data questa piccola premessa, perchè mi sembra eccessivo e fuori luogo parlare di capolavoro (come spesso si abusa ultimamente), è fondamentale inquadrare l’idea di cinema che c’è dietro a questo progetto.

Il rischio “markettaro”, tra citazioni ed easter eggs, era veramente altissimo, ma alla prima visione devo ammettere che è stato abilmente evitato. Nulla è troppo forzato o gratuitamente citato; è innegabile che, soprattutto i nerd, perderanno ore a casa ad individuare tutte le infinite citazioni di cultura pop dagli anni 60 in poi, alcune veramente per intenditori.

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Scongiurato questo rischio è evidente che questo lavoro spielberghiano sia nettamente un’opera più da “vedere” che da “pensare”, mi spiego meglio. Tutto ciò, per esempio, che noi vediamo in OASIS è puro cinema allo stato dell’arte: meraviglia, precisione, entusiasmo. Dove il film, invece, pecca è nella sua trasposizione del reale, troppo debole, troppo scontato e con un finale anche troppo “spielberghiano“.

…un’opera più da “vedere” che da “pensare”…

Con echi abbastanza evidenti di “Matrix” (molto meno intellettualizzato e complesso) e un tocco di Terry Gilliam (senza il suo sarcasmo e sagacia), Spielberg ci propone dunque una pellicola di grande e puro intrattenimento, che, forse, con un pizzico di lavoro in più in sceneggiatura sarebbe stato qualcosa di veramente epocale, che invece si rivela “solo” un buon film con ottimi spunti e citazioni (c’è un omaggio ad un certo regista che è veramente da pelle d’oca). A quasi 72 anni si può fare decisamente peggio comunque…

Matteo Palmieri