Riportando tutto a casa, Nicola Lagioia

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“La voce familiare di Bruno Pizzul disse: «I morti sono saliti a trentotto, i feriti sono più di trecento e…sì, scusate un attimo…» Quando riprese a parlare era un’altra voce: «…una notizia che mi lascia piuttosto sconcertato è che la partita si giocherà lo stesso… – la voce di un vecchio padre di famiglia che mette un passo nel futuro e ne rimane annichilito – …vi ripeto… – cercando di seppellire l’umiliazione nello spirito di servizio, – vi ripeto che cercherò di commentare nel modo più impersonale e asettico possibile…» Così le squadre scesero in campo sotto il cielo di Bruxelles, Scirea passò la palla a Boniek, e il problema di cinquanta milioni di italiani non fu più trovare nuovi insulti per definire gli hooligan, la città di Liverpool e tutta la genia dei Sassoni, bensì decidere se tifare o meno.”

Riportando tutto a casa, Nicola Lagioia.

Come hanno cantato gli Afterhours, uscire vivi dagli anni Ottanta fu impresa ardua per una intera generazione, quella che si è vista crollare senza un vero e proprio trauma le ideologie e gli schemi di vita del decennio precedente. Tre adolescenti, figli dei nuovi professionisti del ceto medioborghese, si ritrovano magicamente catapultati in un mondo dove i soldi girano facili, le auto sfrecciano per le strade di Bari come razzi e le ragazze sono disinvolte. Un mondo luccicante, reso ancor più vivido dalla nuova televisione commerciale a colori.

Quella stessa televisione che descrive in diretta l’omicidio di trentanove persone senza alcun rimorso di coscienza, mettendo milioni di italiani di fronte a un dilemma anestetizzato dalla smania di ottimismo. Perché il tempo scorre troppo veloce per pensare; l’importante è seguire il corso dei tempi, senza fare i conti con il disagio di vedere la propria famiglia ridotta a brandelli dall’ossessione per l’ascesa sociale, e col conseguente degrado esistenziale di tre giovani che impiegheranno anni per ricostruire il proprio passato.

Alberto Giusti
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