Robert Mapplethorpe

La Fondazione Forma per la fotografia regala sempre mostre straordinarie ed inaspettate, nel cuore di una grigia e cementosa Milano. Ho avuto modo di conoscere la struttura per la retrospettiva dedicata al fotografo olandese Erwin Olaf (il non-plus-ultra), e vi sono ritornata con piacere per questa mostra dedicata al maestro del corpo e della sessualità, Robert Mapplethorpe . 178 fotografie che ripercorrono la sua ossessione per la ricerca di una composizione perfetta, gli autoritratti erotici, il suo tempo speso a New York tra personaggi grandiosi quali Andy Warhol e Isabella Rossellini: rigore nella composizione, attenzione e delicatezza nei dettagli, ritratti e performance carnali che sembrano ricordare gli studi dell’arte e della scultura rinascimentali.

Testo di Renee Moorà Ferri
Le foto sono tratte dal web

La scultura: ecco la vera ossessione dell’artista. Il corpo è un blocco di marmo da performare e modellare a piacimento. Un corpo da ammirare, ma soprattutto davanti al quale eccitarsi.
“Ricerco la perfezione della forma. Lo faccio con i ritratti. Lo faccio con i peni, lo faccio con i fiori. Non c’è differenza da un soggetto all’altro. Cerco di catturare qualcosa che possa essere scultura”.
Bellezza e minaccia, purezza ed erotismo:la dualità riempie in maniera significante le immagini spingendoci a riconsiderare il nostro concetto del lecito. Dalla metà degli anni ‘70 Mapplethorpe inizia a lavorare sulla nobilitazione dell’eros. I modelli rappresentano la reincarnazione della bellezza ideale e statuaria greco-romana. Peni e falli non sono soltanto spudoratamente fotografati in erezione, ma Mapplethorpe li ricerca simbolicamente anche nelle pieghe e nelle nervature dei petti e della pance muscolose dei suoi modelli. Una provocazione carnale continua. Non si può dire che non sia esplicito.

“Qualche volta guardo una foto e penso che tutto torna. So quando scatto una buona immagine. Ho sempre fatto foto grandiose di Patti Smith.”
Sono due ragazzini di vent’anni quando Patti e Robert si incontrano, nella New York effervescente di fine anni ‘60. Una simbiosi artistica ed umana che continuerà per tutta la vita.
Patti sarà la prima modella di Mapplethorpe, e proprio a lui toccò l’onore di firmare la copertina del primo album dell’artista esile ed ossuta, Horses, con un nuovo intenso ritratto in bianco e nero. Le fotografie di Patti Smith sono rimaste, bellissime ed intramontabili, nell’immaginario comune, e mi chiedo chi mai non si sia mai imbattuto negli occhi spiritati della cantante che spunta da dietro una pianta con due canarini sulle mani.

1980: Mapplethorpe incontra Lisa Lyon, personalità inaspettata, una delle prime donne bodybuilder e campionesse di sollevamento pesi. I ritratti e gli studi sul corpo che coronarono la pubblicazione del libro “Lady Lisa Lyon” (1983) ricordano il vigore e la muscolatura maschile tanto celebrati da Michelangelo. La fisicità di Lisa è profondamente doppia, unisce in sè il maschile e il femminile, la forza e la fragilità: un sovvertimento degli stereotipi sul corpo.

L’unica pecca di questa mostra a mio parere è la sezione dedicata ai bambini, altro soggetto significante per la ricerca della bellezza e dell’inaspettato da parte dell’artista.
Ma nel vedere questi bambini nudi, tristi e malinconici e immaginarli davanti all’obiettivo del fotografo in studio c’è decisamente qualcosa che stride. Questa fisicità naturale, libera e spontanea non è piacevole da guardare. Soprattutto dopo essere provenuti da altre sale dove abbiamo una parata di provocazioni sessuali spinte e una sfilza di peni eretti. Avrei preferito non vederle proprio queste fotografie.

Renee Moorà Ferri
www.ireneferri.com