Rosa Rosae Rosae

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I colori rispecchiano l’anima di chi li indossa. Perchè anche nascondendosi dietro il colore scelto per indicare il genere femminile, la vera personalità viene sempre fuori. Anche quando si fa fatica a scorgerla.

Il fatto di essere stanchi di diversificare maschio e femmina attraverso le due classiche tonalità di cui siamo abituati fin da tenera età ci fa sospettare che siamo davvero attraversando una rivoluzione dei generi, anche considerando le recenti iniziative anti-Trump in favore di una nuova femminilità più cosciente e indipendente. Ma siamo sicuri che invece la vera ribellione non sia cominciata molto tempo fa in tempi non sospetti e da parte di eroine del grande schermo altrettanto non sospette?

All’origine di tutto c’è la vestizione di Cenerentola da parte degli amici topi con l’adorabile vestito rosa nel celeberrimo film animato del 1951.

Lei scende le scale, raggiante e speranzosa, lasciando a bocca aperta le due brutte sorellastre e la Matrigna, per la serie“belle, fate spazio, che alla festa ci vengo anch’io”.
Avete presente quando state per accomodarvi in divano con tisana coperta e il fermo immagine sui titoli di testa dell’ultimissimo film uscito e bam, tazza per terra, tisana in faccia, coperta fradicia e tutti i santi e le madonne in fila indiana. Ecco, la scena immediatamente dopo la discesa dalle scale di Cenerentola ti lascia nello stesso modo.
La matrigna si accorge che alcuni dettagli del vestito sono di vecchi abiti delle figlie e istiga le due figlie, quasi fossero due del Bronx o di Jershey Shore, le quali inviperite le strappano l’abito lasciandola vestita di stracci. E sculettando se ne vanno, dopo averle augurato buona notte.

Dunque l’immagine di Cenerentola che scende le scale felice e quella subito successiva dei lembi di tessuto che scendono come lacrime è l’estremo riassunto di come noi donne consideriamo questo ingannevole e beffardo colore: il rosa.

Considerato il colore d’eccellenza per esaltare la delicata femminilità, nell’ultimo secolo ha personificato tutto ciò che un essere di sesso femminile pensa di volere o pensa di dover essere: delicata, gentile, remissiva, elegante.

Invece, contrariamente a quanto si possa immaginare, questo colore ha rappresentato spesso il carattere reazionario di chi lo indossa: difficile a crederci ma a partire dalla delusione di Cenerentola abbiamo un ventaglio di eroine che se incontrassero le sorellastre I guerrieri della notte impallidirebbero da cosa le potrebbero fare.
Nella storia dell’ultimo cinema molte personalità sono state rivestite di questo ruolo, a partire dalla pluricitata Audrey Hepburn e del suo abito a in Breakfast to Tiffany  del 1961, o addirittura in Funny Face (1957) in cui si dedica una canzone al colore, come segno di cambiamento per la moda femminile e gesto d’avanguardia.

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questo colore ha rappresentato spesso il carattere reazionario di chi lo indossa

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Pensiamo solo al triste destino del tailleur di Chanel che fu indossato da Jackie Kennedy il giorno in cui spararano al Mr President, lo stesso completo decantato anche in una puntata da Marge Simpson e dai suoi mille utilizzi che riuscì a farci.
Il simbolo dell’innocenza che se ne va, portata via venendo sporcata di sangue: ci sono immagini in cui Jackie non volendo cambiarsi d’abito per mostrare al mondo cosa avevano fatto al marito, il colore rosa si mescola al sangue e alla preziosa lana di Coco.

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Marilyn Monroe prima di invischiarsi nei noti battibecchi presidenziali, in Niagara, film poco citato del 1953 in cui oltre che interpretare per la prima volta un personaggio cattivo (di nome Rose NB), indossa un abito incredibilmente rosa nella famosa scena in cui canta Kiss di Lionel Newman. Un torbido e innocente vestito.
Se parliamo di glamour però, mio avviso la punta più in alto toccata dall’immaginario filmico è il pullover di ciniglia indossato da Natassja Kinsky in Paris, Texas (1984). La scena in cui compare per la prima volta è già di per se molto simbolica: siamo in una dark room, dove gli uomini pagano per vedere le ragazze al loro interno. La stanza non è buia, ma indovinate di che colore?
L’inquadratura che Wenders crea in questo dialogo culmina proprio quando l’occhio si ferma sulla morbidezza del maglione, che lascia scoprire solo spalle dell’attrice. Un momento in cui nonostante tutto emerge l’individualità di Natassja anche difronte ad un amore perduto.
Julia Roberts in Pretty Woman (1990) sfodera una discutibile parrucca rosa niente a che vedere con l’incantevole caschetto da lapdancer di Natalie Portman in Closer (2004) o di Scarlett Johansson in Lost in Traslation (2003). Molto seducenti, molto poco innocenti.

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Pretty in Pink del 1986 racchiude tutto quello che questo colore comunica: la ricerca di se stessi, il sentirsi diversi la ricerca di un invito al ballo di fine anno, come per Marge Simpson, recuperando un vecchio abito fuori moda. Anche il vestito per il ball prom ha un’importanza peculiare in questo nostro viaggio. In Footloose (1984), in 10 Thinghs I hate about you (1999) e anche in Harry Potter e il calice di fuoco (2005) appaiono tre abiti letteralmente da sogno nonostante qualcuno abbia funzionato e qualcuno no…l’importante che siano regolarmente rosa.

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Come non pensare alla sadica cattiveria e furia vendicativa che pervade tutto She’s Devil del 1999? Un solo colore ristagna nell’anima delle donne di questo film e di certo non è il nero. Meryl Streep, fantastica arrampicatrice confonde e ammalia avvolta da completi tenui, arredi di raso e taffettà e romanzi che trasudano indigeste romanticherie.

In questo caso, il rosa diventa il simbolo del male più ambiguo e superficiale.

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C’è chi invece incarna perfettamente questo colore in modo più raffinato: come per Closer anche nel caso di Black Swan (2010), Natalie Portman, come all’epoca fu Audrey Hepburn rappresenta il dualismo della femminilità. Per Dior rimane una delle testimonial più azzeccate, eleganza e glamour si sposano con un tipo di donna intelligente e colta. Casualità che la Portman abbia ricevuto elogi e svariate candidature per la sua (guarda caso) interpretazione della già citata Jackie Kennedy nell’omonimo e recentissimo Jakie? Non credo.

Le immagini del film in cui indossa sempre lo stesso tailleur le sembrano cucite addosso. Letteralmente.

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Natalie Portman, come all’epoca fu Audrey Hepburn rappresenta il dualismo della femminilità, elegante ma anche colta e indipendente.

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Tornando all’essenza più ambigua di questo colore, un’ aspetto però da non sottovalutare è l’adolescenziale perfidia femminile che dai tempi delle due evil sister di Cenerentola si estende fino ad oggi grazie a divise griffate da villain in Mean Girls (2004), Clueless (1995) o addirittura Beverly Hills, 90210 (1990-2000).
Perché cosa c’è di meglio che vendicare uno sgarbo completamente avvolte da questo tono?

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Scena fondamentale della recente filmografia seriale è sicuramente la pazzia fino a quel momento trattenuta da Bryce Dallas Howard nella prima di puntata della terza serie di Black Mirror (2011-2016). Un mondo preconfezionato in cui puoi ambire ad un dignitoso appartamento solo se hai il gradimento virtuale di invadenti social network è la prigione del personaggio che con maestria interpreta Bryce. Questo mondo oltre a racchiudere tutta la tendenza 2016 del pantone Rose Quarz e Serenity le farà capire finalmente che altro non è che una prigione dorata dalla quale l’unico modo per sfuggirci è fregarsene del giudizio altrui. E togliersi questi abiti confetto. Per rimanere nel mondo serial vi siete accorti dell’adorabile vestitino che indossa Eleven in Strangers Thinghs (2016)? No? E’ rosa, pieno di balze, un’immagine completamente distorta dal plot della serie e dal carattere della protagonista. Ma per sfuggire alla legge questo ed altro no?

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In modo contrario l’emancipata Sara Jessica Parker non solo indossa il famigerato colore anche nella stessa sigla di Sex and the City (1998-2004), ma lo usa e abusa quasi per equilibrare la mascolinità dei gesti che le quattro donne compiono.
Sembra quasi che più la donna si abitua a pretendere di più, più cerca di addolcire la sua immagine. Più compie atti di emancipazione diventando indipendente, più prende in giro il genere maschile disorientandolo.

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Ma più dei diritti femministi anni ’70, più delle Riot Girl anni ’90, più delle Femen, più della sfacciataggine della cellulite di Lena Dunham, questo colore in una personalità ha fatto la vera rivoluzione.

E parliamo di una vera regina.

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