Simona Gretchen intervista



Simona Gretchen è tornata e lo ha fatto in grande stile. Con “Post Krieg” la giovane cantatutrice indossa le perle migliori per l’occasione, spolvera l’abito scuro più elegante avvalendosi di un unico accessorio: la consapevolezza di aver concluso, in modo esemplare, un progetto artistico, senza rimpianti né remore.

Intervista di Jane Davanzati
foto di Mirko Pezzi e Silvia Bigi dove indicato

Hai appena presentato il nuovo lavoro a Faenza, nella tua città natale. Raccontaci come è andata e come è stato riproporre i pezzi del disco precedente, “Gretchen pensa troppo forte”, un lavoro dal quale “Post-Krieg” si discosta molto.
Di “Gretchen pensa troppo forte” abbiamo suonato solo “Alpha Ouverture”; abbiamo però proposto i due brani del sette pollici “Venti e tre”, uscito nel 2011, “Krieg” e “König” (di Nico), oltre a tutti i brani del nuovo album. Ammetto di non avere ricordi molto chiari del live, ma i riscontri sono stati decisamente positivi.

In 29 minuti sei riuscita a creare un concept album sintetico, ma al contempo stesso esaustivo. Mi piacerebbe saperne di più sul lavoro di cernita, se c’è stato, e del processo creativo che ti ha portato alla versione definitiva del disco.
Il lavoro di cernita c’è stato, eccome. Sui testi, sui brani… Ho persino eliminato parte del progetto originale, che vedeva più di un brano strumentale. Volevo fosse breve ma più intenso possibile; compatto, anche se sfaccettato.

La copertina, una vulva con le ali di pavone, oltre a rimandare alla tematica del dissidio interiore e all’ermafroditismo mi fa capire che non hai lasciato niente al caso anche riguardo all’ estetica. Anche la bellezza ha un suo dissidio interiore, in quanto valore di mercato e elevazione spirituale nel semplice appagamento dei sensi. Dove sta il confine per te?
Non ho mai capito dove (né se ci) sia, per me. Ho sempre concepito la bellezza in quanto veicolo di elevazione spirituale. Anche se la mia concezione di “bello” può risultare decisamente discutibile. Sono un incrocio fra un’esteta e un’edonista, aspirante ermafrodita.

Parliamo della voce. La sensazione è che tu abbia scelto, volutamente, di non far risaltare la linea melodica sulla sezione ritmica, in modo da ottenere un effetto corale che avvolge il disco senza appesantirlo . Mi sbaglio?
Non sbagli. Volevo che le parole rimanessero qualcosa da analizzare a fondo solo, eventualmente, in un secondo momento. E che risultasse esplicito sin dal mix il fatto che il disco si fosse sviluppato a partire da un intreccio low freq di basso e piano distorti, e non dalle linee melodiche vocali.

Ci sono molte collaborazioni prestigiose nel disco, da Nicola Manzan (Bologna Violenta), Lorenzo Montanà (Tying Tiffany), Paolo Mongardi (Fuzz Orchestra/Zeus!/Ronin/Fulkanelli) e Paolo Raineri (Junkfood). Fino a quanto riesci a fidarti e quanto potere decisionale hanno i musicisti con cui hai lavorato?
Ho coinvolto musicisti di cui sentivo di potermi fidare ciecamente. E ho comunque seguito ogni fase della lavorazione del disco. Le circostanze erano le migliori per lasciar carta bianca o quasi agli “ospiti”: è ciò che ho fatto e non ne sono per niente pentita. Con Lorenzo Montanà, poi, lavoro sin dall’inizio, ci confrontiamo su ogni aspetto e la mia personale esperienza in studio con lui si è sempre rivelata costruttiva e preziosa. Volevo lui a produrre questo disco, non ho pensato neanche per un attimo di affidarmi a qualcun altro.

Le collaborazioni si estendono anche in altre sfere artistiche, mi riferisco alla prima traccia “In” e in “Everted (part III)” dove le parti registrate in lingua tedesca sono affidate all’ attrice Sabina Spazzoli. Come vi siete conosciute e come si è sviluppata l’idea?
Sabina è attrice e regista teatrale, allestisce spettacoli e si adopera su molti fronti… lavora anche nelle carceri. L’ho conosciuta dopo aver assistito ad un allestimento di “Medea” che mi aveva molto colpito; uno degli attori in scena era il suo attuale compagno. Ho conosciuto lui e successivamente lei. Con il supporto di Silvia Ramacciotti ha adattato i miei frammenti in lingua tedesca, poi ha registrato in studio gli inserti vocali. Gli interventi di Sabina hanno contribuito anche, io credo, a conferire una certa “circolarità” al disco.

Ho trovato molto interessante l’uso della terza persona, come se la dissociazione dell’io non fosse solo il tema principale dell’ album, ma ne rappresentasse in pieno la cifra stilistica.
Parlare in prima persona in un album così autobiografico sarebbe stato impossibile. Dovevo potermi guardare da fuori, in maniera distaccata e possibilmente spietata. L’uso della terza persona mi ha aiutato in questa dissociazione, insidiosa quanto necessaria. La dissociazione, d’altra parte, era in atto da un bel pezzo: era evidentemente arrivato il momento di metterla a frutto.

“Post-krieg”, come è stato già ufficialmente annunciato, è l’epilogo del progetto Gretchen, ma hai la tua etichetta, o meglio, un collettivo di artisti, la Blinde Proteus, da portare avanti. Vorrei sapere una tua prerogativa nel valutare la qualità di un progetto musicale e su cosa presti maggiore attenzione negli ascolti.
Se ascolto un disco e sento che salirei sul palco a suonarlo con la band che me l’ha proposto, allora molto probabilmente finisco per produrlo. Non si può sostenere o credere in qualcosa al 30 o all’80%. E crederci del tutto implica di essere disposti a metterci la faccia.

Veniamo al live. Ho letto che sul palco siete in cinque, una scelta impegnativa da molti punti di vista…
Eh sì, siamo in cinque – più, per la verità, un “sesto uomo”, Paolo (sul palco con me per buona parte del tour relativo all’album precedente, e ora al mixer). In più di un’occasione ho temuto di non riuscire a concretizzare quello che avevo in mente, lo ammetto! Ma sono orgoglios(issim)a di questa band e del lavoro fatto insieme a Cristian, Silvia, Luca e Andrea sul nuovo live-set, che ci ha portato a poter riprodurre “Post-Krieg” e altro materiale – vedi, per esempio, il singolo “Venti e tre”, che prima non era mai stato eseguito dal vivo.


foto di Silvia Bigi

Le citazioni letterarie, tra Artaud, a Jung e Nietzsche, hanno come riferimento la psicanalisi. Cosa ne pensi dell’ ipnosi regressiva e cosa determina per te il concetto di spiritualità?
L’ipnosi regressiva è un mondo da esplorare, e la spiritualità è per me semplicemente una spinta al rinnovamento e all’auto-miglioramento continuo, senza mai fermarsi a rischiare di compiacersi di sé – sono molto severa con gli altri, lo sono troppo, ma temo sia perché con me lo sono spesso ancora di più. Spiritualità è ricerca di verità e coerenza. Per il resto, non credo in nulla, non credo neppure nell’anima, credo in un complesso unico che è l’individuo, con tutto il suo potenziale fisico e mentale – da svilupparsi o meno a seconda, per lo più, delle scelte che compie.

Nel disco c’è anche un riferimento al poeta slavo Simić e alla sua definizione di idea originaria, embrionale. ll risultato di quello che oggi è “Post-Krieg”?
I miei appunti (che in “In” vengono recitati da Sabina) fanno riferimento ad un saggio sul poeta slavo che avevo ricevuto in prestito da una persona cui a sua volta il volume era stato passato temporaneamente (ora come ora non ne ricordo neppure più l’autore!): nel saggio in questione, ad ogni modo, si parla di come l’opera d’arte – il suo spessore, la sua “grandezza” – stia innanzitutto nella visione originaria a partire dalla quale l’opera stessa viene plasmata. “Post-Krieg” era nato come concept intorno alla guerra dei princìpi: aveva in sé, eccome, una visione, un’immagine di partenza cui ricondurre ogni sua sfumatura: una guerra (krieg) senza superstiti né vincitori, materiale e spirituale al tempo stesso. Per questo ho inserito quell’introduzione – che ho chiamato “In”, come ascoltandolo ci si immergesse in qualcosa di denso – di riconducibile ad una sanguinetiana “palus putredinis”, per intenderci. Resa ancor più densa dalla (mono)tonalità di Do minore.
In” è quindi una semplice, quanto stratificata, dichiarazione d’intenti, e “Post-Krieg” un rito (funebre) ed un viaggio (iniziatico) al tempo stesso… probabilmente è per questo che non ricordo quasi nulla del concerto di sabato.

E se per la Gretchen, “la guerra vera è quella che arriva dopo la violenza /per crudeltà sconvolge e per essenza pura” le auguriamo di vincere ein neues Krieg a spada tratta.

Jane Davanzati