Smetto Quando Voglio – Ad Honorem

Bastano i primi 5 minuti di “Smetto Quando Voglio – Ad Honorem” per capire che non ci troviamo di fronte al solito prodotto italiano. Un prologo maschio, intelligentemente intrecciato con i due precedenti film e una sigla che preannuncia l’epicità che questa saga prova a raccontare attraverso la commedia, l’epicità di una generazione distrutta dal Paese in cui è nata è che cerca rivalsa, proprio come il nostro sofferente cinema.

Sydney Sibilia riesce, infatti, nell’impresa di realizzare un franchise in un cinema troppo radical chic per poter concepire il concetto stesso di saga (figurarsi realizzarlo), che, volenti o nolenti, è quello che in questo momento sta trainando e salvando il cinema stesso, che si è improvvisamente trovato a rincorrere la qualità e la serialità televisiva.

“Masterclass” ci aveva lasciato con la banda in galera, rigorosamente divisa, e il personaggio di Pietro Lo Cascio, personaggio unico nel nostro panorama cinematografico, intento a voler realizzare un atto terroristico con l’uso di Sopox, un gas nervino. Per questo motivo, il neurobiologo Pietro Zinni (Edoardo Leo) dovrà assolutamente riunire la Banda e provare a sventare questa tragedia, con l’aiuto inaspettato di un personaggio che gli amanti della saga conoscono bene: il “Murena” (Neri Marcorè).

Sybilia pesca intelligentemente dalla tradizione tipica dei pop corn movie per realizzarne uno fortemente italiano, con una spiccata valenza sociale e pure politica, come solo ai grandi commediografi appartiene. Ci sono citazioni da “Godzilla” a “Star Wars“, passando attraverso “The Dark Knight” di Christopher Nolan, senza per questo mai perdere la sua fortissima personalità e la sua idea di cinema.

Sydney Sibilia riesce nell’impresa di realizzare un franchise…

Su questo penso che un prodotto come “Smetto Quando Voglio” sia ciò che può “salvare” il nostro cinema. Prodotti con una loro personalità, di ampio respiro e che siano intellettualmente onesti con il pubblico: intrattenere non è una colpa, ma deve essere un merito. I gusti sono gusti, ma qualcuno mette forse in dubbio la bravura di registi come George Lucas, Steven Spielberg e Ridley Scott? Questi sono solo alcuni esempi di grandissimi che hanno fatto dell’intrattenimento IL loro linguaggio cinematografico.

Con questo linguaggio Sybilia realizza una commedia con elementi action e drammatici che dipinge perfettamente e, a volte, molto cinicamente il fallimento di un sistema, in cui ad una persona “conviene” rimanere a fare l’insegnante in carcere piuttosto che il ricercatore. Ed è in questo “vuoto” che si inserisce l’epicità di questa Banda, che trova nel proibito inizialmente e poi nella catarsi supereroistica il suo spazio (cinematografico e non).

Così assistiamo a scene veramente epiche, come il momento in cui si riuniscono tutti: ci sono i rallenty, c’è una musica solenne, c’è l’impressione che qualcosa di grosso stia per accadere ad ogni momento. La Banda in quanto tale ed unita è invincibile e questa trilogia ce lo insegna e ci esalta, in particolare nella incredibile scena dell’evasione dal carcere.

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Il progetto “Smetto Quando Voglio”, concludendo, per me rientra già ufficialmente nella storia del cinema italiano, non come un’idea che deve rimanere un unicum, ma un modo di produrre che deve essere da esempio per tutte le generazioni di futuri cineasti. Nell’anno in cui forse avremo un horror/thriller, quindi un film di genere, nominato agli Oscar (“Get Out“), è necessario che il nostro cinema trovi un modo nuovo di proporre prodotti audiovisivi. Complimenti a Sybilia, Rovere e tutti gli attori: la Banda ce l’ha fatta.

Matteo Palmieri