Sofia si veste sempre di nero



Una mela, un eyeliner e un rossetto, una tazza di caffè, i capelli incastrati nella spazzola come tanti labirinti, le calze a strisce blu e grigie, lo smalto nero e un profumo. Una sensibilità e un tatto, una semplicità e una profondità che Cognetti è riuscito a trasmetterci in maniera disarmante. Badate bene, qui non si tratta di femminismi o patetismi, banalità striscianti o catastrofi adolescenziali. C’è un universo che Paolo Cognetti è riuscito a fare suo, a stropicciare piccolo piccolo e a far rotolare nella sua testa, facendogli attraversare la materia grigia e i ventricoli cerebrali come la pallina di un flipper, fino a farlo scivolare giù, lungo la mano destra e nella penna e nelle parole e nelle pagine del testo più emozionante di quest’anno, Sofia veste sempre di nero, Minimum Fax.


Cognetti ha costruito dei personaggi che ogni sera potrebbero abitare con noi. Ora, io non riesco più a distinguere realtà e finzione, mi sembra di averla conosciuta Sofia, si è fatta un bagno caldo, rannicchiandosi nella mia vasca e immergendosi fino al collo, abbiamo parlato di anarchia, ascoltato musica punk e parlato d’amore?
«Se tu fossi Hakim Bey scriveresti questo in fondo al libro, che l’amore è la zona di autonomia più temporanea che ci sia. La fine dell’amore è una casa occupata il giorno prima dello sgombero. Innalzare barricate, incatenarsi mani e piedi ai cancelli, issare munizioni e viveri sui tetti, quella è roba d’altri tempi e non è adatta alla tua epoca veloce. Oggi il principio è : attacca di sorpresa e nasconditi subito dopo. Non affezionarti a niente. Piuttosto che rimetterci la pelle, è molto meglio prendere le tue idee, il tuo amore, i tuoi quattro stracci e portare tutto quanto altrove».
E la zia Marta, mi sembra di averci parlato ieri, delle rivoluzioni e degli anni settanta, della sua esperienza in radio e nel giornale, del suo girovagare, del suo rapporto con Sofia. Poi c’è Rossana, la madre della protagonista, l’eterna insoddisfatta, depressa e maniaca dell’amore. Le coinquiline di Sofia, Irene e Caterina, quel mondo che è una casa «imburrata e infarinata; è imbottita, ovattata, trapuntata, è un nido intessuto di paglia e di piume; è una casa a tenuta stagna, corazzata col piombo e sigillata col silicone. Niente del bene che contiene può disperdersi, niente del male che c’è fuori può insinuarsi al suo interno». Le vedo scritte sotto la mia pelle le loro storie, forse perché potrebbero essere le mie o di una qualsiasi sconosciuta. Le sento pulsare nell’angolo sinistro del mio cuore e prendermi d’assalto come leggere extrasistole. Una prosa senza pretese, un’incantevole capacità descrittiva che è come una caramella che ha il piacere violento e sa di miele dolcissimo che però non nausea per la sua stessa dolcezza.

Paolo Cognetti ama i grandi autori americani, Hemingway (con i racconti di Nick Adams) e Salinger (con la saga della famiglia Glass), Un matrimonio da dilettanti di Anne Tyler, Il Manuale di caccia e pesca per ragazze di Melissa Bank, Esther Stories di Peter Orner. E ancora Olive Kitteridge di Elizabeth Strout (2008), Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann (2009), Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (2010). Tre romanzi di racconti, questi ultimi, che Paolo considera fratelli uno dell’altro, trame che fanno esplodere l’orologio, prendendo le sue lancette e buttandole via, presentandoci il quadrante vuoto e lasciando la possibilità al lettore di muoversi avanti e indietro. Anche i suoi racconti- Prima luce, Storia di pirati, Due ragazze orizzontali, Sofia si veste sempre di nero, Disegnata dal vento, Quando l’anarchia verrà, Le attrici, Sulla stregoneria, Le cose da salvare, Brooklyn sailor blues- rispecchiano questa decostruzione del Tempo e sono tenuti insieme da un filo quasi invisibile, sono autonomi ma rimandano allo svolgimento della storia e soprattutto danno una forma ragionata al testo.

Può accadere quando si legge un libro di starsene come dietro il freddo vetro di un acquario a vedere tutti i suoi pesci nuotare, incrociarsi, boccheggiare, morire; altre volte, come questa, può accadere che quell’acquario trascini la tua testa all’interno, e tu devi trattenere il fiato, e star lì dentro a osservare Sofia e ad annusarla, a farti sfiorare da Roberto, e desiderare che parli con te dell’amore («Tuo padre sospira. A una persona puoi chiedere un po’ di compagnia. Ma non di fondersi con te, affidargli la tua vita e farne una cosa sola con la tua. Se chiedi questo all’amore finisce che ti deludono tutti». «Papà, ma è una cosa tristissima». «Non direi» ), invidiando il rapporto che ha maturato con sua figlia, a fare compagnia a Marta e Rossana, e condividere la mancanza di Bruno, nella sua cameretta, quando se ne sta solo a pensare al suo amore e ad odiare la città che lo tiene prigioniero.
«C’era un nocciolo nelle donne che era duro come la pietra». Come hai fatto Paolo a schiacciarlo e trasformarlo in libro? Sembra che Cognetti si sia avvicinato al neorealismo interiore di Antonioni, estrinsecando un mondo reale ma nato nella mente, nel corpo, negli occhi, nello stomaco, nell’orecchio di Paolo.
Ho letto da qualche parte che «dirsi addio è una pena così dolce che vorrei dire addio fino a domani… gli innamorati fuggono l’amore come gli scolari scappano dai libri, ma andar via dall’amore è come ritornare a scuola!»; forse in pochi provano questo sentimento quando finiscono di leggere un libro, pochi sanno quanto dai e quanto ti dà, e quanto tutto questo ti sconvolga. Ma io ho ancora la testa infreddolita, i capelli e le ciglia bagnati, dalle labbra sgocciola l’acqua dell’acquario di Cognetti e probabilmente starò ancora qui a parlarne, in treno, sul divano con Roberta e Maria, e mi strofinerò nel mio accappatoio ma resterà il profumo di Sofia.

Silvana Farina