Sonny Smith



SONNY SMITH – 100 RECORDS VOL.3

Semplicità, unicità e originalità: trio vincente se inscindibile, ma ormai di rara attuazione tra i giovani musicisti. E’ per questo motivo che nel momento in cui questa rarità viene fuori desta doppiamente l’attenzione. Sarà pur vero che il mondo della musica diventa di giorno in giorno di sempre più difficile accessibilità, ma è anche vero che spesso il topolino può scavare la propria tana nel muro se vuole arrivare dall’altra parte. Chi avrebbe mai pensato di condividere per la prima volta la propria musica in una galleria d’arte durante una mostra a San Francisco con un jukebox homemade? Se credete sia una cosa impossibile o alquanto bizzarra, beh, vi posso assicurare che è realmente accaduta e Sonny Smith ne è l’artefice.
“Life ain’t clear” e su questo non ci piove. Se ci aggiungete i ritmi country del nostro Smith vi assicuro che il sole splenderà sulle vostre teste.

Intervistato da Village Voice nel 2010, egli disse di aver cominciato a scrivere un romanzo che aveva per protagonisti dei veri musicisti e poi aggiunse: “sono tutti diverse sfumature di me stesso, in qualche modo”.
Che sia stato questo il punto chiave oppure no, resta il fatto che “100 Records vol. 3” si presenta a noi come un album allegro, vivace e ricco di sfumature. “Fruitcackes”, quarta traccia dell’album, a primo impatto ricorda il punk rock dei Ramones, ma dopo i primi secondi ritorna a rievocare atmosfere Beatlesiane alla “Come Together”. Insomma, di sicuro Sonny Smith ne avrà mangiate di torte alla frutta per riuscire a fondere uniformemente e soprattutto in modo così dannatamente abile generi di per sé così diversi! Di tanto in tanto, il nostro musicista ci concede pezzi di sola musica e un po’ da infermiere premuroso medica le nostre ferite. Ebbene sì, sto parlando proprio di “Medication”, quinta traccia, una sorta di amaca su cui potrete riposarvi prima di giungere senza preavvisi alla successiva “A steady steam of love”, ritmo inconfondibilmente Beatlesiano che mi ha fatto ripensare con gli occhi rivolti verso il cielo e sorprendendomi in un candido sorriso a “Eight days a week”.

Talvolta andature evanescenti prendono piede, viaggi spaziali nel vostro flusso sanguigno vi porteranno a convincere voi stessi che non servono grandi filosofi per dire grandi verità e spesso bisogna dirsi nella maniera più spassionata e realistica del mondo:“I can’t get enough”.
Come vi ho già anticipato, l’album è costellato di amache su cui riposarsi, insomma Sonny Smith ha pensato proprio a tutto. “Wolf like howls from the bathouse” è la seconda nonché ottavo pezzo dell’album, brano suonato da Sonny seduto accanto a noi a gambe incrociate, uno di quei pezzi che “chiudo gli occhi e non ci penso”. E se vi addormentate? Tranquilli, se avete visto il film Juno, la successiva traccia vi farà fare un bel sogno. La nona traccia è infatti “Year of the cock” assimilabile stilisticamente ai Moldy Peaches e sarebbe una colonna sonora perfetta per la storia della nostra ribelle Juno Macguff.
Nella decima traccia “From dud to stud, from zero tu hero” ci racconta una storia, quella del suo rapporto conflittuale con il sesso e dopo dice “If you don’t make a change” life is gonna pass you by. Io ci aggiungerei un bel “Ben detto!”.

La quattordicesima, nonché penultima, traccia dell’album parla di donne, “Some women artistis all around the town” and turn me up and turn me down in colours red, blue and yellow. Sonny Smith è allegro e colorato, invincibile nel country style di questa traccia e lascia anche a noi un’immagine “rossa, blue e gialla” positivissima del suo album. Se vi consiglio l’ascolto? Ma vi sembrano domande da farsi?

Anna Maria Schirano