Soundgarden – Screaming Life/Fopp



Soundgarden- Screaming Life/Fopp
(1990-ristampa nel 2013)

Ehi, questo album suona proprio Seattle negli anni 90! Già perchè lo è. E’ una ristampa. Per essere precisi ha visto la luce a cavallo fra i due decenni, dato che è nato dalla fusione del primo EP dei Soundgarden uscito nell’87 con il secondo Fopp uscito nell’88. Questo innesto grunge è stato prodotto da Jack Endino e pubblicato con il fantasioso nome Screaming Life/Fopp nel 1990. Decisamente piuttosto raw, segue la teoria filosofica dell’addolcimento delle band col passare degli anni (quella per cui gli artisti si annoiano profondamente a suonare la stessa roba e diventano più attenti alla scrittura o sperimentatori, così come tanti ragazzini capiscono che non saranno mai calciatori, chitarristi o astronauti). I Soundgarden, nonostante abbiano prodotto perle molto più orecchiabili e potenti, non si sono mai lanciati in progetti particolarmente traditori del proprio sound, tranne forse nel ’94 quando avevano deciso di suonare i cucchiai nell’album Superunknown e nel ’97 quando si erano sciolti perché sostanzialmente si annoiavano. Dopo sei album, stressati e stanchi da buoni musicisti grunge (vedi la voce fucile e Cobain) si ero lasciati dopo uno show ad Honolulu, anzi dopo metà spettacolo e avevano appena gli strumenti al chiodo fino al 2012 con l’uscita di King Animal. Tralasciando le vicende sul futuro della band o su cosa abbiano fatto in questo decennio di pausa, ci possiamo riemozionare tutti grazie alla ristampa di questo album di debutto.

Le parti ritmiche di batteria e basso di questo primo album spesso ricordano il metal più classico dai ritmi semplici e cavalcanti con qualche rullatona e corsa veloce fra tappeti di tom e timpani e assoli di chitarra sfumati. Bellissima Entering, ricca di diverse architetture, dall’intro oscuro e quasi dub (un po’ come i Bauhaus per intendersi) all’arrivo della voce di Cornell, così riconoscibile e trascinata fra acuti e sussurri. Little Joe ha chitarre che piangono e un basso-batteria che pompano come una buona old school band hiphop/nu metal saprebbe fare. Fobb è decisamente più funk, con una voce da vero motociclista (l’accostamento all’espressione di Lemmy è d’obbligo) se non fosse per quelle rapide salite di pitch che solo Chris in falsetto può fare.
Poi improvvisamente spuntano dei fiati (che sanno comunque un po’ di artificiale) e l’ascoltatore rimane basito. Sostanzialmente discutibile la scelta di includere un fantastico remix Dub del brano precedente. Non che il risultato sia pessimo, solo non se ne vedeva l’urgenza, così come la scelta di posizionarla subito dopo l’originale e non in fondo come ghost track (quando ancora si potevano fare queste cose bellissime coi dischi- vedi era pre Mp3). Hand of God è invece molto più stoner e potente. Kingdom of Come è anch’essa molto radicata nelle radici rock and roll della band, tanto che sembra suonata su una Harley Davidson. Chiude Swallow my pride con cori e accelerate nel ritornello, sempre cavalcante e breve. Perla, il rutto finale, vera chiusura dell’album con tanto di riverbero.

Un album, vero, genuino, che non ha avuto lo stesso fascino fra i giovani disagiati di oggi come lo hanno avuto i cugini Nirvana, e che è anni luce da quello che una band potrebbe produrre oggi, ma che è da conservare proprio per quello. Anche se non è il più bello è pur sempre, il primo figlio del giardino del suono.

Davide Rambaldi