Star Wars: The Last Jedi

La Galassia ha bisogno di leggende…“. Con queste parole Rey (Daisy Ridley) si rivolge a Luke Skywalker per riuscire a convincerlo a diventare suo Maestro Jedi, ma sono anche le parole che, indirettamente, il regista Rian Johnson rivolge al suo pubblico, ai fan di Star Wars e al mondo del cinema in generale: c’è bisogno di leggende per poterne creare delle nuove.

Questo è uno dei messaggi più forti di “Star Wars: The Last Jedi”, l’VIII capitolo della più famosa saga del cinema. In continuità con i propositi avviati, in maniera più soft, da J.J. Abrams nel meraviglioso “The Force Awakens” (film da vedere e rivedere per poterlo apprezzare pienamente), Johnson compie il più audace passo nella storia di Star Wars, realizzando un film che cambia completamente le carte in regola.

Non anticiperò assolutamente sulla trama o su alcune svolte essenziali per comprendere la vera natura del lavoro di Johnson (di cui parlerò successivamente in un approfondimento con spoiler), ma la direzione tracciata è chiara e precisa, non c’è possibilità di tornare indietro: Star Wars è diventato qualcosa di nuovo e diverso.

Questo è un punto su cui tutti i fan della saga e di cinema in generale devono essere consapevoli, ed è altrettanto necessario comprendere come lo Star Wars della trilogia originale non sia più proponibile adesso. I tempi sono cambiati, il pubblico è cambiato e con questo le sue esigenze e, soprattutto, quelle delle major (Disney in questo caso) che devono produrre questo tipo di pellicole.

…un film che cambia completamente le carte in regola…

Ma sia chiaro: questa è l’evoluzione naturale e migliore (dal mio punto di vista) che la saga potesse prendere. Johnson ci racconta una storia ambiziosa, tracotante, imperfetta, ma totalizzante e stupefacente: c’è l’emozione, la risata, l’esaltazione e, soprattutto, la Forza. Come forse è accaduto solo in “The Empire Strikes Back”, Star Wars riflette su questo concetto e sulla sua vera natura, quasi come si volesse “metacinematograficamente” riflettere sullo stesso significato della saga.

Il grande merito di Johnson, nonostante qualche scivolone (che per esempio “The Force Awakens” non aveva) e mancanza, è quello di portare sullo schermo tutti grandissimi personaggi in conflitto, che solo nel climax finale vedranno trovare la loro vera strada, nessuno escluso. Da Poe Dameron (che attore meraviglioso è Oscar Isaac, probabilmente il nuovo Han Solo) a Rey, passando per un Luke in grandissimo spolvero (peccato per i primi piani che fa molta fatica a reggere come attore) per arrivare all’autentica perla del film: Kylo Ren.

Devo essere sincero. Già dal film di J.J.Abrams ero impazzito per questo personaggio, di una caratura e complessità nuova che non avevamo mai visto prima. Beh, in “The Last Jedi” il superbo Adam Driver alza ancor di più la posta in palio e vediamo ancor di più chi sia questo villian moderno, che non può e non deve essere Darth Vader, intrecciando anche in questo caso il piano narrativo con quello “metacinematografico”: Vader è quello della trilogia classica, Kylo Ren è un’altra cosa e per questo diventa interessante.

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Uscendo dal cinema ho pensato, sull’onda dell’entusiasmo, “forse ho visto qualcosa che entrerà nella storia del cinema”. Più a mente fredda non so se arriverà a tanto, ma è sicuro che “Star Wars: The Last Jedi” riscriva le regole di una saga, dimostri come si possano fare enormi blockbuster di grandissima qualità e che, soprattutto, la Forza scorre ancora fortissima e di una linfa completamente nuova.

Matteo Palmieri