Steve Jobs

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Parlare di una delle figure più controverse e seguite degli ultimi 50 anni non è un’impresa facile, a meno che tu non sia uno sceneggiatore di nome Aaron Sorkin. Dopo il capolavoro di “The Social Network” e il sottovalutatissimo “Moneyball”, un ritratto sul modo di pensare americano (non solo nello sport) di rara intelligenza, eccolo cimentarsi con il grande genio di Apple (dopo l’orrido “Jobs” di Ashton Kutcher).

Come approcciarsi quindi a questo personaggio? Sorkin decide di presentarci 3 momenti chiave della carriera di Jobs: il 1984, alla presentazione del Macintosh 128k, il 1988, al lancio del NeXT Computer e il 1998, in occasione del ritorno alla Apple e con la presentazione dell’iMAC, il prodotto che ha rilanciato definitivamente l’azienda di Cupertino.

Questa scelta è veramente il grande colpo di genio della pellicola. Sfruttando questi tre momenti e adottando uno stile quasi teatrale, lo spettatore è lanciato in un viaggio senza respiro per 122′, che ci danno una visione interessante e stimolante (anche se non completa) del personaggio e dell’uomo Jobs. Diciamo che la pecca del film, che non lo rende eccelso, sta proprio nel diverso trattamento che viene riservato a questi due aspetti.

Il personaggio Jobs è costruito con momenti di sceneggiatura da applausi. Attraverso i dialoghi con l’assistente Joanna (Kate Winslet lanciatissima verso il secondo Oscar), il fantastico Wozniak di Seth Rogen e il John Scully di Jeff Daniels, scopriamo la maniacalità, la superbia e il perfezionismo estremo di quest’uomo che è stato definito anche “il genio che non ha inventato nulla”.

Ciò che invece scricchiola è la storia più umana dell’uomo Apple. Devo dire che le dinamiche con la figlia Lisa, in particolare sul finale del film (disastroso) sono un po’ stucchevoli e fanno perdere il tono brillante e arguto di tutta la sceneggiatura. Per non parlare del non approfondito tema dell’abbandono: Jobs è stato cresciuto adottato e sarebbe stato interessante ampliare la contrapposizione tra lui figlio abbandonato e i suoi prodotti (figli) così tanto curati.

Non va dimenticato che c’è anche un regista, Danny Boyle, che ultimamente si è un po’ perso, e che qui si limita al compitino, mostrandosi poco all’altezza dei testi che deve narrare. Tanto di cappello invece a Fassbender, attore per cui stravedo, e che si conferma un interprete di altissimo livello, anche se per l’Oscar mi sa che si dovrà attendere: si preferisco le lotte con gli orsi quest’anno.

“Steve Jobs” è veramente un buon film, sicuramente non qualcosa di memorabile come il capolavoro assoluto di Sorkin “The Social Network”, ma è sempre interessante vedere come quest’uomo riesca a parlare del mondo (soprattutto americano) e di noi anche attraverso personaggi così grandi.

Matteo Palmieri