Still Alice

Tornano le mirabolanti (e poco convenzionali) recensioni di Flavia Guarino dei film in concorso (e non) al Festival internazionale del Film di Roma.
#2 “Still Alice”

Che Julianne Moore sia un’attrice che, tutto sommato, tende ad essere eccessivamente “sè stessa” in ogni sua interpetazione, lo sapevamo già da un po’.
Che le affibbiassero ruoli estremamente adatti a questa sua particolare caratteristica (eccezion fatta forse solo per “Maps to the stars” di Cronenberg) pure.
Ma, se dobbiamo dirla tutta, rendere questa sua attitudine il pilastro portante di un’intera pellicola è un punto che non gioca tantissimo a favore, soprattutto considerato il risultato finale: un one woman show di un’ora e mezza tra retorica spicciola e lacrimoni da telenovela.

Detto in quattro righe è questo il sunto che si potrebbe fare di “Still Alice”, il dramma di Glatzer e Westmoreland, che racconta la “caduta” di una professoressa universitaria appena cinquantenne alle prese con una delle malattie meno “sdoganate” nella cinematografia mondiale (ovviamente sono ironica): l’Alzheimer precoce.
Julianne Moore è Alice Howland, la protagonista, affiancata da un impeccabile Alec Baldwin e da una, a mio parere, sorprendente Kristen Stewart, che pare proprio stia cercando di scrollarsi di dosso il ruolo di Bella Swan (e questo non può solo che farci piacere).

Ma il problema non è nel cast (stellare, che più di così si muore), non è neanche nella scelta di Julianne Moore, il problema forse forse è proprio nella mission che i due registi statunitensi hanno deciso di dare all’adattamento cinematografico del romanzo di Lisa Genova: a detta di Westmoreland il loro obiettivo primario era quello di “non catapultare il pubblico in un’atmosfera manipolatoria a livello emozionale, ma di introdurlo all’interno dei temi e delle situazioni trattati in maniera estremamente naturale, grazie all’interpretazione di Julianne e al leggero incedere della pellicola”.

Insomma, in soldoni, non volevano la classica lagna melodrammatica che trovi in tv il giovedì sera.

Però sapete, quando si tratta di argomenti così spinosi, come le malattie degenerative, non si può pensare (o illudersi) di essere per niente “manipolatori”, pur essendo questa una tematica che tocca da vicino i due registi (Glatzer e Westmoreland sono compagni di vita oltre che colleghi, e da anni convivono con il mostro della SLA, di cui è affetto Richard Glatzer).

E intanto oltreoceano già si parla di un presunto oscar per la signora Moore, che finalmente vedrebbe realizzato il sogno della statuetta dorata, ma se così fosse comincerei un po’ a riconsiderare le scelte dell’Academy.
E’ da apprezzare comunque (e qui lasciatemi spezzare una lancia) lo sforzo da parte di una coppia di registi di cercare di dare una visione altra dell’Alzheimer, tentando (seppur inutilmente) di non cadere nei soliti clichè.

In definitiva “Still Alice”, resta comunque un film che fa fatica ad esprimere per davvero le sue reali intenzioni e resta imbrigliato, suo malgrado, nell’angolino dei melodrammi in cassetta, di quelli che vedi in quei sabato sera depressivi dove l’unica alternativa è una pistola alla tempia.
Anche se qualcosa di carino però c’è, pensandoci.
Caspita, sono stata manipolata anch’io. Visto?

Alla prossima mirabolante recensione, guys.
Questa volta cambiamo completamente genere e vi porto nel meraviglioso mondo delle serie tv con “The Knick” di Steven Soderbergh con nientepopodimenoche Clive Owen.