Sully

E’ incredibile arrivare alla veneranda età di 86 anni e riuscire ancora a mettere il proprio cinema in discussione. Dopo 5 premi Oscar e film che hanno fatto la storia del cinema Clint Eastwood non vuole saperne di fermarsi e prosegue il suo interessante percorso attraverso l’America, raccontandoci storie di uomini prima che di eroi: perchè questo è “Sully”.

In maniera molto più sottile e riuscita rispetto a “American Sniper” (comunque un buon film), Eastwood non ci vuole portare sul grande schermo la storia del famoso miracolo sull’Hudson, sarebbe troppo facile. Il film ci spiega cosa è successo al comandante Sullenberger, interpretato in maniera maestosa da Tom Hanks (siamo in odore di terzo Oscar…), e al suo co-pilota Jeff Skiles (grande Aaron Eckhart) dopo l’evento che poteva rivelarsi una catastrofe. Sully sarà, infatti, indagato, perchè la compagnia sosterrà che egli poteva atterrare in un aeroporto e non nel fiume.

Da questo breve incipit si può intuire come l’obiettivo di Eastwood non è quello di raccontarci l’eroe, ma il film diventa una riflessione sulla paura e sul dubbio. Lo stesso Sully (proprio come Eastwood da un punto di vista cinematografico) si mette in crisi e non è più sicuro di quello che ha fatto; dall’altra parte però c’è la gente, la comunità che lo dipinge come un eroe.

Noi viviamo nell’epoca dell’eroismo e del supereroismo, che nell’era post 11 settembre ha avuto un’esplosione non casuale a livello cinematografico. Solo che in questo caso non c’è un nemico reale di fronte, non c’è l’iraqueno come per Chris Kyle; la minaccia è l’incompentenza, la superbia che potrebbero aver condotto quest’uomo a compiere una manovra molto più rischiosa di quello che sarebbe stato necessario.

Quella stessa superbia che (forse) ha reso così impotenti gli Stati Uniti dopo l’evento delle Torri Gemelle. Non è un caso che il comandante Sully nei suoi incubi veda costantemente il suo aereo che si scontra contro dei grattacieli. Quella è per tutti gli americani l’immagine della vera paura e dell’incertezza, per un paese che credeva di essere un supereroe invincibile, proprio come Superman.

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Con un’operazione molto più coraggiosa e assai diversa dal deludente “Flight” di Zemeckis, Eastwood ci regala un grandissimo film, che non ha bisogno di raccontarci di un personaggio complessato, ma che semplicemente ci fa vivere e toccare con mano la sua paura e la paura che forse percorre ancora oggi un’intera nazione. Aspettare di vedere un film con certe caratteristiche ed uscire con queste sorprese riesce solo ai più grandi: questo è cinema di livello eccelso.

Matteo Palmieri