The Assassination of Gianni Versace – American Crime Story

Tom Rob Smith ci mette di fronte ad una domanda che sempre di più si pongono gli amanti del grande cinema: ma c’è ancora posto sul grande schermo per la grande scrittura? Più passano gli anni più sembra che la risposta sia no, soprattutto quando ci troviamo di fronte ad una serie di grandissima sceneggiatura come quella di Smith: “The Assassination of Gianni Versace“.

Seconda stagione della serie antologica “American Crime Story“, “The Assassination of Gianni Versace” parte col botto raccontandoci immediatamente il giorno della morte del celebre stilista, avvenuta a Miami nel luglio del 1997. Da quel momento assistiamo al racconto della follia di un uomo, alla disperata ricerca di un riconoscimento e di un ruolo nel mondo: Andrew Cunanan.

Non aspettatevi una serie in linea con la precedente di “American Crime Story”. Le indagini forensi sono poche, i processi ancora meno. Quello a cui assisteremo è un lento processo di analisi di un ragazzo dalla vita molto complessa (e psicopatologica) e del suo viaggio all’inferno in quei tremendi mesi che hanno preceduto il più famoso dei suoi crimini.

Sì, perchè Andrew Cunanan è un serial killer, non è solo la persona che ha ucciso il famoso Gianni Versace e sull’approfondimento di questo aspetto la serie vince ed impressiona. Versace per molto tempo è quasi uno sfondo, che però si percepisce costantemente, quasi fosse un’ombra per Andrew. Lo stilista italiano rappresenta tutto quello che lui avrebbe sempre voluto essere, quasi fosse un idolo da venerare. Ma come spesso accade, gli idoli sono fatti anche per essere distrutti.

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Sapientemente la penna di Tom Rob Smith non si limita al racconto di un delitto, proprio come era accaduto per “The People V O.J. Simpson“, questa serie ci racconta degli Stati Uniti d’America, di una società e della sua posizione rispetto ad un tema delicatissimo: l’omosessualità. E’ interessante capire i risvolti che questo aspetto ha avuto per tutta la vicenda, in particolare è emblematico l’episodio in cui Versace la dichiara apertamente al mondo attraverso un’altra intervista, contrapposto ad un altro personaggio molto importante.

Poco entusiasmante e decisamente zoppicante è il ritmo. Obiettivamente la serie è in certi momenti troppo intricata per quello che invece è il suo contenuto e si ha l’impressione che si trascini un po’ troppo senza mai dirci qualcosa di veramente nuovo o interessante. Peccato poi veder per così poco il “mondo Versace“, dal momento che è uno degli aspetti più interessanti e meglio realizzati nella serie (le dinamiche di potere, il rapporto tra fratelli, il legame con la tradizione).

…questa serie ci racconta degli Stati Uniti d’America…

Ambiziosa e profondamente estetica “The Assassination of Gianni Versace” non sarà sicuramente una di quelle serie che entreranno nella storia dei prodotti audiovisivi, ma contribuisce a farci riflettere su come ormai la televisione sia diventato il mezzo migliore per veicolare certi tipi di contenuti, per certi tipi di scrittura e obiettivi, un viaggio, forse troppo concettuale e intricato, nell’inferno di Andrew Cunanan e sul dramma di una nazione che non si è fatta trovare pronta.

Matteo Palmieri