The Danish Girl

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Era il 2010 quando “Il Discorso del Re” vinse la battaglia all’Oscar contro “The Social Network” e Tom Hooper si consacrò come grande regista (anche mainstream), dopo anche il fantastico “The Damned United”. Questo trionfo è considerato, anche dal sottoscritto, uno dei più improbabili della storia degli Oscar e mi ero approcciato a questo “The Danish Girl”, complice anche l’interprete, Eddie Redmayne, con grandissima diffidenza, pronto a facili bocciature. Beh, ho dovuto, in parte, ricredermi.

Tutto accade troppo facilmente dal punto di vista del protagonista.

Adattamento dell’omonimo romanzo di David Ebershoff, il film di Tom Hooper ci racconta la storia di Lili Elbe/Einar Wegener (Eddie Redmayne), una delle prime persone ad essere stata riconosciuta come transessuale, nella Copenhagen degli anni ’20. Il travagliato percorso che condurrà questa donna a diventare tale sarà possibile anche grazie alla forza della moglie di Einar, Gerda (Alicia Vikander).

Ecco già dalla trama ci sono due dei dettagli che racchiudono i veri difetti di questa pellicola: il presunto “percorso travagliato” e Gerda. Per quanto riguarda il primo aspetto, tutto il film è un po’ troppo leggero, tutto accade troppo facilmente dal punto di vista del protagonista. Il personaggio di Redmayne (bravo, ma tutto fuorchè fenomenale) si “trasforma” da marito/uomo a donna senza mai porsi troppi dubbi, senza mai veramente dare l’idea che ci sia stato un percorso vero dentro di lui.

Colei che veramente dà profondità al film (qui abbiamo sia il difetto che il pregio) è la meravigliosa Alicia Vikander, super favorita all’Oscar come Miglior Attrice non Protagonista. La forza e il dramma che ci trasmettono il personaggio di Gerda sono sempre credibili, realistiche e coinvolgenti, come il velato senso di colpa che la avvolge per tutto il film: ma se non avessi fatto provare quell’abito a mio marito, forse sarebbe ancora con me?

Non un film memorabile insomma, ma neanche un’ovvietà come in un primo momento mi aspettavo, anche se è una di quelle opere che difficilmente (secondo me) si avrà voglia di rivedere. Peccato, perchè in questo particolare momento storico, soprattutto nel nostro Paese, poteva essere un’occasione di riflessione molto importante.

Matteo Palmieri