The Hateful Eight

Non sono impazzito. Nonostante sia la recensione di “The Hateful Eight”, ho voluto cominciare con ciò che più riassume Tarantino, al suo meglio. Questa scena di apertura di “Le Iene” segna una svolta nella storia del cinema, che avrà la sua massima espressione in “Pulp Fiction”: è il 1992 quando Quentin scrive questo autentico capolavoro. La perfezione della sceneggiatura, la regia sublime, attori in stato di grazia, tutto il resto è storia.

Una storia che ci ha condotto attraverso altri 7 grandissimi film (ognuno con un suo motivo per essere considerato grande), per arrivare a questo ottavo lavoro, “The Hateful Eight”, e non è un caso che abbia scelto “Reservoir Dogs” per aprire l’articolo, dal momento che molti trovano quest’ultimo lavoro molto simile all’opera prima di Tarantino. Beh, nulla di più fuorviante. Non basta essere “molto recitato” a un film per essere paragonabile al masterpiece del 1992.

L’idea di base è che la storia di questi 8 fastidiosi (più che odiosi) sia girata eccellentemente, ma scritta molto approssimativamente.

Il primo lavoro di Tarantino era l’esempio perfetto della circolarità narrativa, del dialogo incalzante e provocatorio, senza essere esplicito (signori parlare delle mance e di una rapina per riferirsi agli Stati Uniti d’America è possibile solo ai geni), condito da una violenza essenziale e coerente con il tema narrato, sia nella parola. “The Hateful Eight” è molto lontano da tutto ciò. Ma andiamo con calma.

Non mi dilungherò sulla trama, che bene o male tutti ormai conosceranno, ma mi soffermerò su ciò che rende questo film buono, nulla di più, che, per un regista come Tarantino, è sinonimo quasi di fallimento (detto da uno che lo considera forse il più grande regista contemporaneo). L’idea di base è che la storia di questi 8 fastidiosi (più che odiosi) sia girata eccellentemente, ma scritta molto approssimativamente.

Se il commerciale, ma meglio riuscito, “Django Unchained” proseguiva l’intento “politico” di “Inglorious Bastard”, “The Hateful Eight” voleva essere l’espressione massima di questa nuova autorialità tarantiniana. Peccato che dei buchi di sceneggiatura così evidenti, dei passaggi a vuoti così clamorosi, siano la costante di quest’opera. Senza fare spoiler, ma come è possibile che il twist narrativo (per altro annunciato indirettamente dal cast stesso) avvenga in quel momento e non in tutto il resto del film?

A parte questi momenti “inspiegabili”, ciò che più stona è l’incoerenza tra messaggio che si vuole trasmettere (troppo diretto) e ciò che noi vediamo. Come è spiegabile il pulp di un certo punto del film con personaggi che si riempiono la bocca di parole spesso troppo stupide? E in questo la solennità con cui è trattato un personaggio grossolano come quello di Samuel L. Jackson, infinitamente più insignificante di quello interpretato in Django (un gioiello), e la macchietta Tim Roth (personaggio peggiore di tutta la filmografia di Tarantino) che scimmiotta Christoph Waltz sono l’emblema del film.

Poi è chiaro che i momenti da Tarantino di Tarantino ci sono, eccome. Alcuni passaggi dei dialoghi sono come sempre brillanti, la regia è suntuosa, ma è troppo poco per lui. E non contesto nè la verbosità (in inglese il film è molto più ritmato) e nemmeno la lunghezza del film, anche se poteva essere molto più corto. Ma è lo stesso Tarantino che per bocca dei suoi personaggi ci guida: “Pazienza…”, “Non passerò due giorni sotto un tetto con chi non conosco (proprio come Kurt Russell, anche noi dobbiamo conoscere perfettamente chi abbiamo di fronte).

the-hateful-eight

Federico Fellini diceva che “il cinema è come un vecchia puttana, come il circo e il varietà, e sa come dare molte forme di piacere” e credo che questo racchiuda perfettamente il cinema e l’idea di cinema di Quentin Tarantino e che in questo suo ultimo lavoro un po’ si è persa. Secondo me è auspicabile che torni ad essere quello del monologo su Superman di “Kill Bill vol II”, altrimenti ci sarà bisogno di Mr Wolf, perchè lui sì che risolve problemi, non il Maggiore Marquis Warren.

Matteo Palmieri