The Revenant e l’idea di cinema

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Grazie Alejandro Inarritu. Ho visto il film più atteso dell’anno per una buona fetta di pubblico e ho ritenuto necessario sviluppare una riflessione più in senso lato, piuttosto che una recensione della pellicola. Il mio ringraziamento verso il regista messicano è dovuto non tanto al valore del film, che, chiariamo subito, non mi ha convinto, ma all’opportunità che mi ha dato per riflettere sul cinema che mi piace.

Qual è l’idea di cinema che c’è dietro alle sofferenze (estenuanti) a cui è sottoposto DiCaprio?

Ovviamente non parlo da critico cinematografico, perchè non lo sono, ma da amante del cinema, che lo vive con passione e che, per questo, si lascia trasportare più da un aspetto che da un altro. “The Revenant” è, per mio gusto, l’esempio dell’idea di cinema che non condivido e che non riesco ad apprezzare fino in fondo.
Il cinema racconta storie per me e, quindi, ritengo vitale per una pellicola una sceneggiatura all’altezza di tutto il contorno tecnico e visivo che lo circonda, quello che il film di Inarritu non è.

L’idea che emerge secondo me dalla prima inquadratura (che per altro sembra identica a quella di un film di Malick, a cui Inarritu attinge, senza mai raggiungerne la profondità) è quella di una storia schiava della tecnica, della forza visiva e della superbia stilistica del regista. Superbia stilistica che è, per altro, giustificatissima, perchè, sia chiaro, ci troviamo di fronte a un grandissimo regista.

Con la complicità del più grande direttore della fotografia contemporaneo, Emmanuel Lubezki (terzo Oscar consecutivo garantito), Inarritu realizza scene dalla rara bellezza e dalla potenza visiva impressionante. Adoro l’uso che fa del piano sequenza, che in “Birdman” era utilizzato per seguire il “flusso di coscienza” di Michael Keaton, mentre in “The Revenant” diventa un mezzo per farci vedere l’azione in maniera estremamente fluida e coinvolgente. Per non dimenticare alcune scene veramente eccezionali: cito, ad esempio, DiCaprio che cammina da solo e minuscolo in mezzo a una distesa di neve, con montagne immense ai suoi lati, ad immagine della infinita piccolezza dell’uomo di fronte alla natura. Chapeau.

Tutto benissimo fino a questo punto. Ma la storia? Qual è l’idea di cinema che c’è dietro alle sofferenze (estenuanti) a cui è sottoposto DiCaprio? Francamente ho fatto molta fatica durante il film a capirlo e anche dopo, a mente fredda, mi trovo decisamente confuso. Credo che questo film manchi di onestà intellettuale e mi spiego immediatamente.
Non bisogna nascondersi dietro un dito. “The Revenant” è un blockbuster, un film fatto per fare non solo arte, ma anche tanti soldi. E’ costato 135 milioni di dollari, sinonimo che nel mondo dovrà guadagnarne intorno ai 400. Ci sono delle logiche ben precise dietro questa produzione, dalla scelta di DiCaprio (l’unico attore che ti consente, da solo, certi guadagni nel 2016) all’uso della tanto disprezzata CGI, passando per una campagna di marketing molto importante.

Non capisco dunque perchè voler vedere per forza un “messaggio altro”, nascosto o “metafisico” (ho letto di paragoni con “The Thin Red Line”, non scherziamo per favore) in un film che non ne possiede, se non di banali (lo sceneggiatore ricordo essere proveniente dall’horror): uomo VS natura, indiani buoni/americani cattivi e poi questo rapporto padre figlio. Perchè non definirlo come un revenge movie, stile western? George Miller non si nasconde e dice all’istante che il suo “Mad Max: Fury Road” è solo un film d’azione: storia scarna ed essenziale, un susseguirsi di immagini straordinarie e momenti di grande cinema.

Trovo più arguto e sottile Miller, sempre per fare un paragone con il grande antagonista agli Oscar Mad Max (film con cui ci sono più analogie di quelle che si possono pensare), che cambia un dettaglio insignificante della sua iconica saga (nel suo nuovo mondo apocalittico il vero bisogno dell’umanità non è più il carburante, ma l’acqua), che attualizza con estrema intelligenza il suo prodotto, rispetto agli insostenibili e privi di contenuto momenti mistici del povero Glass.

Ed eccoci arrivati a DiCaprio, che finalmente vincerà il suo Oscar. Pur riconoscendo i suoi meriti, francamente un film in cui per due ore e mezza lo vediamo soprattutto sputare, grugnire e dimenarsi tra ogni tipo di sofferenza possibile non mi sembra proprio il massimo. Questa però è una questione di gusto. Dove invece mi sembra fuori luogo, è nel ruolo di padre: non c’è stato un singolo momento in cui lo abbia sentito effettivamente legato a Hawk come genitore. Per non parlare del fatto che Tom Hardy lo porta a scuola in tutte le scene in cui sono compresenti.

Credo, quindi, che quello che Inarritu ha fatto sia meritevole di considerazione e sono certo sarà ammirato da molti, ma questo non è il cinema che amo. Preferisco e preferirò sempre una grande scrittura a una grande tecnica, ma è ovvio che è solo una questione di gusto. Però, mi viene subito in mente una frase detta dallo stesso Tom Hardy alla fine del film: “Hai fatto tutto questo solo per una vendetta?”. Ecco, forse, lo vorrei proprio chiedere ad Alejandro.

Matteo Palmieri