The Square

Intelligenza e supponenza. Sono due poli su cui si gioca spesso l’integrità e la solidità di un film d’autore, in particolare quando si esce vincitori dal Festival del Cinema di Cannes con la Palma d’Oro. Recentemente ero rimasto abbastanza deluso da ciò che era uscito dalla kermesse francese, che ha preso una direzione decisamente più “da festival” rispetto per esempio ad una Venezia che in maniera molto lungimirante ha puntato negli ultimi anni anche a film di più ampio respiro (gli ultimi 3 Oscar di regia o miglior film sono stati tutti presentati a Venezia).

Con emozioni discordanti attendevo questo “The Square” e devo dire che dopo la sua visione penso che la delusione abbia prevalso e non poco. Per carità, non siamo di fronte ad un brutto film o a qualcosa di inguardabile, ma per quelle che erano le premesse, mi aspettavo ben di più. Sia chiaro, questo è un prodotto audiovisivo molto ricercato, pensato e studiato, forse troppo però.

Anche nel grande cinema d’autore credo che non debba mai mancare una cosa: l’emozione. Questo genere di pellicole, proprio come avevo pensato per “The Lobster” presentano delle costruzione intellettuali e di sceneggiatura spesso anche molto brillanti, a volte troppo supponenti, ma quasi sempre prive del sentimento. Credo sia uno scopo ben preciso anche dell’autore, ma il “dovermi immedesimare” solo intellettualmente è qualcosa che mi fa perdere molto del film che sto osservando.

La storia del curatore del Museo di Stoccolma Christian è, infatti, da osservare attentamente, racchiusa in questo “quadrato cinematografico”. Ostlund utilizza questa satira dell’arte moderna per costruire un film che parla delle contraddizioni di una cultura, quella svedese, troppo spesso dipinta come immacolata. I mendicanti, gli inservienti, i malati della sindrome di Tourette: sono loro i veri protagonisti, non l’alta borghesia svedese, il cui valore principale è l’apparire.

…molto ricercato, pensato e studiato, forse troppo però…

Mi è capitato recentemente di recuperare un gioiello come “Festen” di Thomas Vinterberg e devo dire che apprezzo decisamente di più una critica così emotivamente sentita, piuttosto che un esercizio intellettuale che diventa troppo lungo e che alla fine rischia quasi di stancare. Ed è un vero peccato, perchè gli spunti, soprattutto iniziali erano veramente interessanti (la primissima scena è semplicemente sublime) e la regia di Ruben Östlund è da rifarsi gli occhi, proprio come l’interpretazione di Claes Bang.

“The Square” per me rimane una piccola grande occasione persa per fare un film dal grandissimo spessore, che si irrigidisce troppo in alcuni suoi schemi un po’ intellettualoidi e per cadere in una sorta di “spiegone” finale che ancora adesso faccio un po’ fatica a spiegarmi. Fosse finito con un’altra caduta, forse, mi sarei anche entusiasmato, ma così no.

Matteo Palmieri