The Young Pope, il papa pop di Sorrentino

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La nuova attesissima serie di Sky, The Young Pope, ha finalmente debuttato sugli schermi. E non ha deluso le attese, a quanto pare: oltre 900.000 spettatori medi, un risultato da record che supera persino Gomorra. E come poteva essere altrimenti, con un regista il cui nome è ormai un brand di italianità — di origine controllata e garantita — e, per di più, in odore di santità dopo la consacrazione dell’Academy con l’oscar al miglior film straniero nel 2014. Perché in questi ultimi anni Sorrentino ha, di fatto, non solo dimostrato di saper distillare un cocktail perfettamente miscelato di idiosincrasie del bel paese, ma ha soprattutto sdoganato un nuovo modo di fare cinema in Italia e, conseguentemente, di guardare un film. Inquadrature statiche e lentissimi zoom si alternano a virtuosismi estremi, come gli effetti vertigo o le riprese in plongée su uomini e opere d’arte, sguardi che sembrano provenire proprio da lassù, “colà dove si puote ciò che si vuole”.

Sorrentino ha dimostrato di saper distillare un cocktail perfettamente miscelato di idiosincrasie del bel paese

L’occhio della macchina da presa si posa, a tratti invisibile e a tratti indiscreto, su un Jude Law in stato di grazia — è proprio il caso di dirlo — che fa il suo ingresso in scena a metà tra un predicatore evangelico e un presentatore del Tonight Show.

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Pio XIII è il primo papa americano della storia, all’anagrafe Lenny Belardo: Sorrentino non può proprio rinunciare alla sonorità da Little Italy del nome del protagonista, dopo Jep Gambardella, di cui Lenny eredita anche una certa prontezza di spirito, a dirla tutta. Per la caratterizzazione del vescovo di Roma Law resuscita i suoi personaggi più riusciti e li mixa in un unico, temibile profilo: presuntuoso come Dickie, il ricco rampollo de Il talento di Mr. Ripley, vanesio come Alfie, l’autista donnaiolo e cornificatore del remake del classicone con Michael Caine, “intransigente, irritabile, vendicativo”, con le sue stesse parole, come il Dom Hemingway dell’omonimo film. Il nuovo vicario di cristo è viziato e capriccioso, perché “accontentarsi è come morire in vita”: beve solo Coca Cherry Zero e per lui una banale Coca Diet è un’eresia.

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Mentre i cardinali si fregano le mani, convinti di poter manipolare questo nuovo “burattino mediatico” a loro piacimento, Belardo si rivela tutt’altro che docile. È anzi proprio lui a dare ordini e sentenze a chi gli sta intorno: Don Tommaso, il prete che soffre di quella rara malattia cinematografica di cui soffriva Monica Vitti, quella del “mi fanno male i capelli”, viene costretto a violare il segreto della confessione in cambio di anello e porpora — “un’ingenuità al limite del blasfemo”, la definisce “Famiglia Cristiana”. Sofia, la responsabile marketing che ha studiato ad Harvard ma che non può fare a meno di incantarsi di fronte a un papa così bello e così straordinariamente fotogenico, deve rinunciare al merchandising perché sua santità non deve farsi né vedere né fotografare, come Bansky e i Daft Punk; come una rockstar. Il cardinale Assente viene costretto a confessare la propria omosessualità e quindi miseramente liquidato con il pulsante per le persone indesiderate, che ricorda un po’ quello sotto la scrivania di Montgomery Burns. Solo che qui, al posto del fedele Smithers, si presenta una devota suorina che annuncia l’ora della “merendina”. Non va meglio a Suor Mary, la religiosa anticonvenzionale interpretata da una splendida Diane Keaton, che indossa una maglietta con una scritta che Madonna sicuramente apprezzerebbe: “I am a virgin. But this is an old t-shirt”.

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È lei che il Papa si sceglie come Segretaria Particolare a dispetto delle resistenze del cardinal Voiello. Ed è proprio quest’ultimo il vero fiore all’occhiello del cast: un Silvio Orlando che sembra incarnare vizi e virtù di ogni napoletano che si rispetti. Il Segretario di Stato è, infatti, un’eminenza grigia, “l’uomo dietro le quinte” che regge le fila del Vaticano, ma che allo stesso tempo non può trattenersi dai piaceri terreni: il calcio — ha tre cellulari con le cover che ritraggono rispettivamente Hamsik, Insigne e Higuain — e la carne. Sì, perché il cardinale nutre un’insana passione per la Venere di Willendorf, una statuetta paleolitica dalle forme giunoniche che produce, al solo sguardo, un richiamo atavico irresistibile. La parlata maccheronica e il sorriso sardonico fanno di Voiello la maschera sorrentiniana per eccellenza, simbolo di quell’italianità da esportazione che tanto piace al di fuori dello stivale.

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Una Chiesa fatta di prelati umani troppo umani che non sanno se credere o non credere in Dio — Nietzsche, a proposito, avrebbe la risposta — che, tra una sigaretta e l’altra, si fanno mettere la maschera a ossigeno; un altro si gusta mestamente la sua cena, un altro ancora si fa somministrare una puntura, tutto sulle note soavi dell’Ave Maria di Schubert. Una schiera cardinalizia tutto sommato non troppo lontana dagli anziani ospiti della clinica svizzera di Youth, anche loro pieni di acciacchi e reumatismi e ripresi senza veli nella quotidianità della vecchiaia. Uno dei cardinali, Spencer, tenta addirittura di suicidarsi dopo che il conclave non l’ha designato nuovo pontefice. Era da Habemus Papam che non si vedeva una riflessione così diretta, a tratti addirittura spietata, dell’intimità di un uomo di fede.
In questo mondo più terreno che divino volti azzeccatissimi di fedeli in estasi si alternano a immagini degne del genio visionario del regista, immagini che nemmeno la fervida fantasia di Paolo Sonlentino, la caricatura già cult di Crozza, potrebbe partorire.

Incursioni oniriche che si rincorrono nelle stanze della Santa sede, alternandosi a scene al limite del surreale: una montagna di neonati ridenti da cui sbuca un papa troppo giovane e blasfemo, suore baffute e cardinali maneschi che si aggirano tra tartarughe ornamentali e gufi meccanici. Uomini e animali convivono in quanto creature di Dio, e più questi ultimi sono esotici meglio è. Se in Gomorra era una pantera a incarnare i significati metaforici della vita selvaggia e criminale, qui è un canguro, dono del primo ministro australiano, a rievocare lo spirito cristiano originario da Cantico delle creature, come a dire che il Papa è un novello San Francesco, anche con un marsupiale. Che in quel circo — o, se si preferisce, parco zoologico — che è l’universo cinematografico di Sorrentino è sicuramente parente stretto dell’indimenticabile giraffa de La grande bellezza.

incursioni oniriche che si rincorrono nelle stanze della Santa sede, alternandosi a scene al limite del surreale

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The Young Pope mette a nudo le trame nascoste e gli intrighi del potere dello Stato più piccolo del mondo, in cui i membri della casta sacerdotale si fanno la guerra a suon di dossier e inchieste top secret. In America lo hanno già soprannominato, non a caso, “House of Cardinals”. Che Belardo si riveli il nuovo Underwood partenopeo? Staremo a vedere. Per ora il carisma e l’indole spudoratamente cinica ci sono tutte, condite ovviamente con una buona dose di sugo al ragù, rigorosamente made in Italy.

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Linda Magnoni