Time out of mind – Richard Gere il clochard

Tornano le mirabolanti (e poco convenzionali) recensioni di Flavia Guarino dei film in concorso (e non) al Festival internazionale del Film di Roma.
#6 “Time out of mind” – Richard Gere diventa un clochard per la pellicola di Oren Moverman

Siamo già arrivati a metà di questa nona edizione del Festival internazionale del film di Roma e, parlando dei film in concorso, per i corridoi dell’Auditorium Parco della musica, si comincia già a pensare a chi potrebbero essere i vincitori di quest’anno.
Tra quelli più papabili per la categoria “Cinema d’oggi” troviamo quest’anno una pellicola di Oren Moverman (che i più conosceranno per aver diretto “Io non sono qui” il bio-pic sulla vita di Bob Dylan), “Time out of mind” con Richard Gere.

Sin dai primi minuti di girato “Time out of mind” si presenta sin da subito come un’opera complessa: inquadrature studiate, talvolta quasi matematiche, trascinano lentamente lo spettatore nella vita del protagonista che più che essere un vero e proprio personaggio all’interno della storia è la stessa città di New York.
Rumori di strada e conversazioni di passaggio costruiscono agli occhi dello spettatore, tassello dopo tassello, il personaggio di George (Richard Gere) che comincia a vivere improvvisamente una vita ai margini, adeguandosi lentamente alle sue condizioni di clochard nella caotica NYC tra rifugi per senzatetto ed elemosina.

Geniale la mossa del regista di far partire la storia in media res: noi non sappiamo né sapremo nulla di George se non quello che ci viene mostrato nel film. Non sappiamo cosa gli è successo, il motivo per cui ha perso tutto e finanche la cicatrice che ha sulla testa (ripresa più volte) non viene mai spiegata.
Di lui sappiamo solo che ha una figlia e che dopo la morte della moglie ha lasciato tutto vivendo un po’ alla giornata, ospitato spesso da “donne gentili”.
La pellicola crea un nuovo spiraglio all’interno del panorama cinematografico di tipo drammatico, perchè basa tutto non più su dialoghi consistenti e significanti ma sull’intensità delle scene e dei rumori che le accompagnano. George cammina per Central Park o alla Central Station e noi ne abbiamo semplicemente il sentore, mentre nel frattempo ci perdiamo nelle grandi inquadrature che si aprono pian piano e trasmettono allo spettatore l’angoscia della desolazione, della autocommiserazione e della consapevolezza di “non essere più nessuno” agli occhi della società.

Lo stesso Richard Gere, in conferenza stampa, ha raccontato delle prove che sono state fatte prima di girare il film, perchè, che ci crediate o no, l’intera pellicola è stata registrata nella vera NYC con un “vero” Richard Gere vestito da barbone per le strade della città.
Il timore della produzione, del regista e dell’attore stesso era che per strada la gente avrebbe potuto riconoscerlo e compromettere il realismo del film ma invece, con la sorpresa di tutti, ciò non è avvenuto, dimostrando da un lato la completa riuscita dell’ “esperimento” dall’altro l’amara verità riguardo l’emarginazione sociale di chi ogni giorno vive ai margini della società, senza più un’identità non solo per sé stesso ma anche per il mondo che lo circonda.

Moverman affronta queste tematiche con un occhio nuovo, non tendente alla compassione e al melodramma, ma con la fredda oggettività di chi osserva da fuori un quadro metropolitano che potrebbe essere quello di qualsiasi altra grande città.
Spettacolare l’interpretazione di Gere, il cui personaggio ricorda (e non poco) quello di “Umberto D.” del nostro De Sica, senza però trascinare lo spettatore in quell’ empatica malinconica: George non è un uomo verso cui avere compassione ed è, al tempo stesso, un uomo che sa che la sua vita da senzatetto se l’è cercata, un uomo che anche nei momenti drammatici in cui tenta di ristabilire un rapporto con il suo affetto più caro, la figlia Maggie (Jena Malone), è come se desse già per scontato che in cambio non avrà nient’altro che disprezzo.

Insomma, incrociamo le dita per Moverman, Gere e il loro “Time out of mind”!

Voi nel frattempo preparatevi a fare un salto indietro nel tempo di 30 anni: il prossimo appuntamento delle mirabolanti recensioni è con gli Spandau Ballet e il loro docufilm “Spandau Ballet: Soul boys of the western world”! Stay tuned!