Tre allegri ragazzi morti \\ intervista e photo report \\

Correva l’anno 1994. Pordenone era il centro nevralgico del punk-rock italiano. Oltreoceano si respirava un’aria di nuova ribellione. Dopo gli anni ’70, dopo il punk violento e d’azione, un altro fenomeno social-musicale stava lentamente dilagando nelle case (e nelle casse) dei giovanissimi fino ad arrivare in Italia. In questo scenario e in questa gelida e brulla città del Friuli uno dei gruppi che segnerà definitivamente il panorama indipendente e alternativo italiano. Nascono, nel 1994, per iniziativa di Davide Toffolo e Luca Masseroni, i Tre Allegri Ragazzi Morti.
Lo scorso 30 Novembre, prima del loro live al Blackout Rock Club di Roma, ho avuto l’onore e il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Toffolo, leader della band e uno tra i migliori e controversi fumettisti italiani viventi. Abbiamo parlato dei TARM, del passato e del futuro dell’indie italiano, di Jovanotti e di guerre lampo e questo è quello che ne è uscito fuori. Enjoy e, come direbbe qualcuno, “bacini rock’n’roll“.

Testo, intervista e foto di Flavia Guarino

E’ passato quasi un anno dall’uscita de “Nel giardino dei fantasmi”, album con il quale sono cambiate tante cose: per la prima volta vediamo un disco che è una summa del corpus dei Tre Allegri Ragazzi Morti e di tutte le vostre esperienze musicali. C’è il dub ma comunque anche una forte influenza garage. Parlaci un po’ di quella che è stata la creazione di questo disco che ha una facies per così dire “definitiva” e matura sotto certi punti di vista.

Beh, “Nel giardino dei fantasmi” ormai è uscito da un anno e abbiamo suonato in giro dappertutto. Effetivamente è stato un disco importante perché ci ha portato a suonare in 90 posti diversi, abbiamo fatto 90 date quest’anno che comunque sono tantissime. Cosa potrei dirti del disco che non ho ancora detto? (ride) Diciamo che i dischi, per noi che li facciamo, si capiscono più tardi. Un po’ anche quando li fai dal vivo però ci vuole del tempo per capire meglio che cosa è realmente successo, che cosa era veramente quel disco lì, è un po’ presto per dirti che cosa è stato per me “Nel giardino dei fantasmi”. Sicuramente è stato un disco importante perché ci ha aperto a un incontro con un pubblico diverso da quello che avevamo prima anche se per noi non è una novità, dato che siamo in giro da un po’ e ogni nostro nuovo disco porta con sè persone nuove. Però è indubbio che con questo disco qui, avendo ritrovato delle cose che avevamo già fatto anche prima, allo stesso modo ci ha dato anche la possibilità di riincontrare persone che avevamo forse perso tanto tempo fa.

Parlando appunto della “questione del pubblico”. Siete sulla scena da 20 e avete assistito alla metamorfosi dell’indie italiano, aprendogli anche un po’ le porte, avete visto l’ascesa di artisti che avevate preso un po’ sotto la vostra ala protettiva come Il Teatro degli Orrori, Zen Circus, ecc… Per te che hai vissuto musicalmente sia gli anni ’90, sia il 2000 e i nostri giorni, come credi sia cambiata la scena italiana da allora ad adesso e come cambiato sia il pubblico?

Beh, che ci sia stato un cambiamento è innegabile. Stavo ragionando in questi giorni proprio riguardo questo grottesco ritorno di Forza Italia, ad esempio: sembra quasi che questi ultimi vent’anni siano stati una bolla e forse noi, e parlo di noi musica indipendente, che mostriamo un altro tipo di Italia stiamo vivendo lo stesso tipo di dramma, quello di vivere un po’ all’interno di una bolla. Dramma che io spero finisca presto con la possibilità di un’altra visione. Per quanto riguarda quello che è successo tecnicamente negli ultimi 10 anni, nonostante ci sia stata una fuga dei grandi investimenti della musica c’è stato un ritorno della voglia di fare musica, soprattutto negli artisti più giovani e parlo di artisti come Le luci della centrale elettrica, Zen Circus, Pan Del Diavolo, quelli del nostro collettivo anche se ci sono tanti altri nomi che potrei fare. Penso che la musica sia viva ma siamo comunque in un paese che è bloccato dove questa musica indipendente ha difficoltà a diventare la musica degli italiani tutti, non so come dire. Da una parte per chi la vive può sembrare interessante perché costruisce e rispecchia una tua identità ma d’altra parte secondo me è anche frutto di questa bolla in cui siamo un po’ rinchiusi.

Ecco, sono aumentati in maniera esponenziale, come dicevi, gli artisti giovani, non pensi che forse sia anche questo che tenda ad aumentare ancora di più il divario tra la bolla indipendente e quella un po’ più pop?

Ma no, questo non lo credo, veramente. Credo che il fatto che ci siano artisti nuovi che raccontano cose che non si erano sentite prima, voci nuove, è una cosa fondamentale: vuol dire che il bisogno di musica e comunque questa struttura della musica indipendente, per quanto fragile, hanno ancora la possibilità di parlare a qualcuno. Per quanto riguarda la possibilità di arrivare ad una dimensione più popolare, neanche pop, proprio popolare, il problema è di questa specie di blocco che c’è un po’ dappertutto, sembra difficile per tutti fare delle cose. Da una parte ti dico che c’è una gioia molto forte da parte dei gruppi alternativi perché comunque la musica ha una sua velocità di comunicazione e aggregazione incredibile, dall’altra parte i posti dove si suona sono sempre gli stessi, gli investimenti sono sempre più bassi e quindi non si può dire che sia un periodo molto facile per fare musica. Ma non direi che sia la molteplicità di voci a rendere le cose più difficili, anzi la molteplicità di voci è fondamentale e fortunatamente c’è.

O forse il problema grave è proprio il fatto che spesso si tende a ghettizzarsi, cosa che invece gruppi come i TARM non hanno mai fatto. Come nasce l’approccio di un gruppo che parte come gruppo indipendente un po’ lontano dalla musica “popolare”, come sottolineavi tu prima, ad una scrittura per certi versi anche un po’ leggera molte volte di un un pop easy listening che arriva a tutti, anche (o soprattutto) ai non amanti del vostro genere?

Si, la scrittura che abbiamo è una scrittura semplice, popolare anche, ma non ha i canoni tradizionali della musica popolare, pop che si sente dappertutto. C’è qualcosa di molto lontano dal mercato perché la nostra è una musica che non nasce per occupare degli spazi di ascolto che già esistono, la nostra è una musica più spontanea e mantiene questa cosa qui. Per quanto riguarda invece la confezione e il cercare strade nuove dipende da un nostro viaggio personale anche rispetto alla musica e anche al fatto che non ho mai immaginato la musica come una resistenza di ghetto ma come la possibilità di poter parlare. Questa cosa qua (ci pensa)… penso che sia proprio insita nel tipo di scrittura che abbiamo, che non è una scrittura criptica, di genere, è una scrittura di canzoni popolari nella migliore delle accezioni.

Mentre ecco, sempre riguardo questo vostro scrivere in maniera spontanea e arrivare a tutti. Parliamo un po’ del tour con Jovanotti, questa esperienza inaspettata. Quando ho visto le prime locandine non potevo crederci e mi sono detta “Cosa sta succedendo?! Qualcosa sta davvero cambiando?“. Ecco, da dov’è nata questa idea e come è stato affrontare questo tour con uno degli artisti più in vista del panorama pop italiano?

In realtà è nato come un invito da parte sua diretta. Immaginava di fare questo tour negli stadi che lo ha poi un po’ consacrato come uno degli artisti più grossi che c’è qui in Italia. Tecnicamente è stata un po’ una sfida per noi perché anche dal lato tecnico ci vuole un certo tipo di preparazione e abbiamo accettato questo tipo di sfida proprio perché in questo momento qui abbiamo un gruppo di lavoro forte come non lo è mai stato tecnicamente e dall’altra parte c’era l’ipotesi di portare una voce altra in un viaggio di un cantante pop che raccontava 25 anni di Italia. Allora ci sembrava interessante che dentro questo viaggio qua ci fosse anche la voce di un’Italia che non è quella lì. Come ti dicevo prima, noi rappresentiamo un altro tipo di Italia e siamo un altro tipo di Italia, un altro tipo di musica, però d’altra parte penso che la musica debba essere un luogo di incontro e non un luogo di scontro, non la vedo come una partita di una squadra contro un’altra. La musica dà la possibilità di incontro e adesso non vorrei fare tanto il mistico quando dico che la musica decide un po’ i percorsi: è stato molto difficile venti anni fa anche solo pensare di avere un rapporto con un ipotetico discografico e in questo momento qui, invece uno degli artisti mainstream più forte degli ultimi anni ci offre di cantare con lui l’Italia. E’ stato molto fortificante per noi suonare davanti a così tanta gente. Noi siamo dei viziati sotto certi punti di vista perché suoniamo davanti a un pubblico che conosce perfettamente le nostre canzoni e il concerto assume una dimensione sicuramente retorica, più piccola di Jovanotti ma ugualmente retorica. Nel caso del tour negli stadi tutta questa parte retorica per noi è completamente saltata e abbiamo suonato come se fossimo all’inizio davanti a un pubblico che ci conosceva poco e fargli capire che quello che stavamo facendo era per noi importante, perciò tutta questa esperienza ci ha reso in qualche modo più forti.

Assolutamente, come anche credo abbia fatto lo stesso l’esperienza della vostra personalissima “guerra lampo”, no?

Si, questo viaggio l’abbiamo chiamato “La guerra lampo dei ragazzi morti”, un viaggio nelle capitali d’Europa che abbiamo fatto il mese scorso e che ci ha dato una sensazione precisa: l’Europa per quanto sia un concetto discusso in questo momento storico ha una sua realtà diversa solo da dieci anni. Nel senso che c’è una circuitazione di gente molto differente, molto più reale, perciò quando abbiamo suonato a Londra sembrava di essere in Italia (ride). Ma quello che voglio dire è che in questo momento qui un posto come l’Europa è un posto anche pronto ad ascoltare voci che arrivano da altre parti d’Europa non solo quelle che arrivano dalla parte cosiddetta “colonizzatrice” per quanto riguarda i suoni o la lingua e poi forse anche con l’esperienza che stiamo facendo con l’etichetta di prendere gruppi che cantano una lingua diversa dall’italiano, diversamente da come facevamo all’inizio, abbiamo notato che anche loro raccontano un altro tipo di Italia. Penso che i gruppi italiani di oggi che cantano in inglese o comunque affrontano esperienze di una musica per così dire più internazionale abbiano un tipo di dna diverso rispetto a quello dei gruppi precedenti ed abbiano soprattutto una motivazione nuova.

Per te che sei stato un po’ un vate per la musica indipendente italiana, c’è un consiglio che daresti ai giovanissimi che magari non conoscono neanche i TARM ma vogliono cominciare a esprimere sè stessi e la loro musica passando per una via diversa dai canoni standard della musica italiana?

Un vate? (ride)… Esagerata! Beh, il primo atto per suonare per me è quello di innamorarsi di qualcuno che suona. Di innamorarsi della musica di qualcun altro, del modo di fare di qualcun altro. Quella dimensione emulativa lì è fondamentale per capire cosa si vuol diventare e poi un’altra cosa che ho sempre sostenuto è che non bisogna ascoltare mai i consigli di nessuno (ride) e farsi la propria strada quanto più originale e sentita possibile. Ci sono artisti molto giovani che hanno una coscienza molto alta di quello che fanno. Per stare dentro La Tempesta bisogna avere una responsabilità molto forte perché sono tutti gruppi molto autonomi nel gruppo di lavoro e nelle modalità di gestione, perciò non siamo più ai livelli di altri anni in cui le case discografiche facevano completamente tutto e sviluppavano il talento di un artista come un buco commerciale da coprire. Qui viviamo un altro tipo di realtà che è una realtà esistenziale per la maggior parte dei gruppi che cercano di raccontare delle cose che hanno a che fare con qualcosa di profondo. Per avere un atteggiamento di questo tipo bisogna esserci e sapere quello che si sta facendo in modo abbastanza concreto. Però ai giovanissimi dico di non ascoltare nessuno e andare dritti per la loro strada

Progetti per il futuro?

Di solito non rispondo mai ma a ‘sto giro ti rispondo, il prossimo anno sono vent’anni che siamo assieme e faremo questa festa lunga un anno intero, comincerà a gennaio e finirà a dicembre del prossimo anno e avrà all’interno tantissime cose: la prima cosa sarà l’uscita di un mio libro nuovo che si intitolerà “Graphic Novel is dead” una specie di autobiografia a fumetti comica, spero che sia buona, l’ho appena finita (sorride). Poi questa cosa culminerà in una mostra e un libro su tutta la grafica che abbiamo prodotto in questi anni che è il lavoro complessivo di 15 disegnatori, 10 fotografi e alcuni registi di video che daranno, spero, l’idea di questa Italia qua immaginata come un’Italia da “regime” ma con una capacità reattiva molto forte. Ovviamente ci saranno tanti concerti di vari artisti, ma non ti svelo tutto adesso.