TRE AMANTI

di Morley Callaghan
(Bur Rizzoli 2011 8,40 euro)

Se chiedete al giornalista sportivo Leo Turrini che cosa successe “Quella Volta a Dubai” forse non ve lo potrà raccontare, o forse sì, fatto sta che per tutti i sui lettori quello è diventato un leitmotiv carico di fascino e significato, che vede per protagonisti il silente pilota Kimi Raikkonen e uno degli uomini del muretto. E’ una leggenda che corre tra i fan del pilota finnico e che ormai è salita all’eternità quasi quanto l’inizio del famoso romanzo di Snoopy: “Era una notte buia e tempestosa..”. Come tutte le leggende proviene da una regione remota e atavica dove anima e tempo si fondono, e l’unico suono è il risucchio del vento con effetti larsen e phaser. Si dice e sospetta siano venuti alle mani, chi c’era tiene il segreto per se e pochi intimi, e la verità noi ce la possiamo solo immaginare.
Cosa successe invece “Quella Volta a Parigi” lo sappiamo altroché: ci fu un’incontro amichevole di boxe tra Hemingway Morley Callaghan. Arbitro Fitzgerald. Se ne parla in tutte le recensioni su Callaghan e alle volte l’eco stesso della sua fama sembra provenire unicamente da quei pugni dati a Hemingway.

Le storie qui raccolte vennero pubblicate in un arco che va dal 1928 al 1950. Racconti che comparvero su numerose riviste come EsquireNew YorkerCosmopolitan Harper’s Bazaar.

Storie che incorniciano le coordinate stilistiche del racconto novecentesco, seguendo perfettamente le linee guida dei suoi maestri cui lo stesso Morley è stato paragonato: Maupassant, Cechov, Mansfield. Non c’è, bisogna ammetterlo, la stessa verve o lo stesso houmor, e le immagini muoiono sempre sulla pagina. Il cielo è grigio, la strada è buia, Tizio-Caio ha un bel viso, niente metafore o ricercatezze poetiche, come ha indicato Antonio Debenedetti sul Corriere Della Sera.
Morley utilizzando il suo stile giornalistico e conciso racconta dubbi, tensioni e rivelazioni morali dei suoi personaggi, tutti individui comuni, mostrandoceli superficialmente. Come sottolinea Antonio Pascale nella sua post-fazione, la bravura di Callaghan sta nel infilzare interi stati emotivi, riassumere condizioni, in una sola frase. Descrive come un giornalista, un giornalista di altri tempi non i pretesi narratori dei nostri Tg che non vogliono informarci ma coinvolgerci emotivamente (i più audaci che guardano Studio Aperto sanno a cosa mi riferisco), e non lascia spazio agli psicologismi. Tutto sta nelle storie perché «Uno scrittore finisce sempre nei guai quando comincia a riflettere sulla pagina. In questo modo mostra al lettore che il personaggio viene forzato per adeguarsi al pensiero dell’autore» sottolinea Morley, concetto che lo accomuna a Harold Pinter, nel suo libro “Quell’Estate A Parigi” (Mondadori 1967, Excelsior 2009).

I ragazzi hanno visi rassicuranti e pingui da serie televisiva pomeridiana e le ragazze vincerebbero tutte il provino per la parte della sorella di Ricky Cunningham. Si preoccupano e agitano per convenzioni sociali che ai giorni nostri ci fanno ridere e consideriamo con una certa arroganza bigotte o puritane. Come per esempio la protagonista di “Un’Avventura”. Troppo spesso però le storie vengono sospese proprio quando i possibili sviluppi si farebbero interessanti o avvincenti, come ad esempio per il racconto “La Sposa”. Ma Morley ce le racconta con rispetto e dignitosa distanza, in modo che ottant’anni dopo leggendoli possiamo gettare occhiate furtive a persone come noi, e avere un’idea riguardo gli standard richiesti dalle grandi riviste dell’epoca che pubblicavano penne immortali come FaulknerCapote e lo stesso Callaghan. Forse quelle situazioni potranno apparirci invecchiate, ma sono ancora apprezzabili in virtù dell’onestà e del rigore dell’autore.

Gregorio Enrico