Trumbo

Che rabbia! Questa è la prima sensazione che ho provato alla fine di “Trumbo”, il biopic diretto da Jay Roach su Dalton Trumbo, uno dei più grandi sceneggiatori della storia di Hollywood (autore tra gli altri di “Vacanze Romane” e “Spartacus). Durante gli anni ’50 fu ostracizzato perchè tra i simpatizzanti di idee troppo di sinistra e pure condannato alla prigione, ma questo non ostacolò la sua vena artistica, realizzando film con nomi fittizzi.

La rabbia nasce dal fatto che questo poteva essere davvero un filmone. C’erano tutti gli ingredienti: un grandissimo interprete (ci torneremo), una storia molto intrigante e la possibilità di fare anche importanti riflessioni meta-cinematografiche. Peccato che tutto questo abbia lasciato spazio a un film molto, troppo leggero, che non problematizza mai i temi di cui tratta.

Trumbo fu un’autentica vittima del maccartismo e il ritratto che il film ne fa è di un uomo che non sembra soffrire mai (tranne nei drammi familiari, ma non stiamo parlando di un artista???). Un autentico genio della settima arte, capace di realizzare in quel clima un capolavoro come “Vacanze Romane”, quando ad Hollywood si era ancora in grado di fare grandissime commedie in grado di far sognare lo spettatore.

Il film sembra un continuo: vorrei, ma non posso.

Tante idee, anche molto intelligenti e intriganti, ma mai sviluppate. Il film sembra un continuo: vorrei, ma non posso. Basti pensare al fatto che Trumbo andò in prigione senza aver commesso nessun reato vero e proprio, ma solo per la paura dei pensieri e delle idee che questi uomini avevano. Come dice lo stesso Dalton, “il film è la più grande forma di influenza mai creata”.

D’altro canto, però, la pellicola scorre in maniera molto veloce e ritmata, soprattutto per merito dell’autentico asso di quest’opera: Bryan Cranston. E’ sempre difficile essere indifferenti nei confronti di un attore in grado di scrivere la storia della TV (e non solo) con un personaggio come quello di Walter White, che solo a 60 anni ha trovato il successo che merita. Durante tutto il film è semplicemente da applausi, un one man show di rara abilità e classe, anche se non amo questo genere di prove attoriali, preferisco le grandi parti inserite nelle grandi storie.

Questo “Trumbo” insomma non riesce ad essere di più che discreto e mi dispiace perchè sarebbe stato veramente fantastico vedere Heisenberg fregare l’Oscar a DiCaprio. Peccato! Un piccolo appunto: ma che ventate di grandissimo cinema regala ogni volta John Goodman? Che fantastico attore!

Matteo Palmieri