Un Amore dell’altro Mondo



di Tommaso Pincio (Einaudi tascabili, 2002, 8,50€)

Un amore dell’altro mondo ” è un tributo letterario ad un’icona del rock, dove l’autore volutamente discosta Kurt Cobain dal manichino catodico, tristemente noto. Homer B. Alienson è un’adolescente che non dorme mai. Si costringe ad una patologica insonnia da quando ha scoperto di essere un alieno; un alieno nel senso etimologico di “non essere de’ nostri”, di “estraneità” alla piccola comunità familiare che lo circonda senza avvolgerlo, la stessa che non comprende la sua passione per i giocattoli spaziali.

Perciò Homer è convinto che sottrarsi al sonno è l’unico stratagemma per non trasformarsi in ultracorpo, come la mamma e come tutti gli altri che hanno già subito il contagio: la spiegazione gli viene fornita da un filmato mandato in onda dalle emittenti americane intitolato “Invasion of the body snatchers”. Ma diciotto anni senza chiudere mai occhio sono tanti, la stanchezza grava sul ragazzo nella veste di un’esistenza solitaria. Eppure qualcosa sta per cambiare….. Sui muri di Aberdeen compaiono frasi dal sapore ribelle (“Abortite Cristo”; “Nixon ha ucciso Hendrix”; “Dio è Gay”); queste epigrafi lo condurranno a stringere un rapporto di amicizia con Kurt Cobain e conseguentemente una relazione di dipendenza con l’eroina. L’eroina sarà l’antidoto per strapparsi dal senso di alienazione, per “sistemizzarsi”, per aderire al sistema, per diventare membro integrato nella società.
Così dall’incontro con il cantante il romanzo subisce una svolta: la narrazione assume come epicentro il dubbio sull’identità di Homer, sul quale l’autore trasferisce i connotati di Boda, l’amico immaginario di Kurt. La domanda che tiene il lettore imbullonato al libro, stuzzicandone la curiosità, è sempre relativa all’identità dei due protagonisti, le cui differenze perdono via via i contorni, le linee di demarcazione: Pincio si serve del fantasma di Kurt Cobain al fine di dare consistenza, di animare un altro fantasma, seppur generato dalla mente di quest’ultimo. Un escamotage letterario originale, in grado di supportare tutte i successivi intrecci di trama fungendo costantemente da monito al banale. Due versi di “”Breed”,ovvero “I’m afraid of a ghost”, possono sintetizzare la linfa tessutale del libro: Homer è la traccia fantasma che Kurt ha desiderato inserire in Nevermind, è il suo alter ego di bambino sofferente, è l’altra faccia della stessa medaglia, è il suo interlocutore preferenziale quando il mondo diviene ostile. Sullo sfondo il grigiore di Aberdeen si staglia sulla storia e ne funge da cornice, sospende il tempo in una nuvola che campeggia placida minacciando un temporale imminente ed improvviso, sempre latente.

Mentre i personaggi ci riportano a memoria i rifiuti metropolitani di Burroughs, le ambientazioni sono le stesse della serie di David LynchTwin Peaks” nella quale la natura oltraggia l’individuo, lo rende padrone di una mentalità gretta che diviene materia aggregante tra gli uomini (“ Una vita immersa nella grigia desolazione della provincia dove le villette esalano i sinistri odori dei dolci fatti in casa e delle tazze di caffè nero fumante, e le tende delle finestre nascondono l’intimità perversa e sanguinaria di famiglie senza speranze. […] Aberdeen era una specie di Twin Peaks senza misteri. Anche se era tutto da dimostrare che ad Aberdeen non ci fossero misteri” pag. 158). A differenza di tutti coloro che si sono cimentati nel discorrere, attraverso la parola scritta, di Kurt Cobain, Tommaso Pincio, da sempre uomo endogeno all’arte, sceglie di non interrogarsi sulle ragioni dell’epilogo, di non cadere nella trappola della psicologia da prontuario per casalinghe depresse pronte a innalzare a verità qualunque assunto commercializzabile, ma di restituire a quel volto iconografico la sua giusta dimensione onirica, il suo spessore irriverente e fuori dalle convenzioni. Un’opzione che lo scrittore condivide (chissà se consapevolmente) con Gus Van Sant, regista di un film che ripercorre gli ultimi due giorni precedenti il suicidio di Cobain. “Last days” mette il luce la coscienza anestetizzata del protagonista, la mancanza di aderenza con la realtà come di punti di contatto con i suoi compagni, le sue ossessioni e il suo modus vivendi scriternato che non vuole irrigidirsi, non vuole confezionarsi in serie come i plasticosi prodotti di consumo dell’America degli anni ottanta.

Scrivere di Kurt Cobain ha significato per me ( come inevitabilmente per molti di voi che ora staranno leggendo), recuperare nelle pieghe della memoria la Smemo di tanti anni fa, quando dalla mia cittadina natale sognavo il fetore dei locali di Seattle e l’incontro con un Kurt Cobain nostrano, pasticciando l´Eastpak di “Punk is dead!” ed ascoltando tutti gli struggenti motivi grunge, ma soprattutto dilettandomi a giocare con i miei Boda che, beffardi e strafottenti , popolavano i marciapiedi e le piazzette dei miei pomeriggi. Un consiglio: avvicinatevi a questo libro solo se pronti a dialogare con quella faccia d’angelo.. buona lettura!

Gaia Genovese