Un tè con Capovilla

“Revolution starts at home preferably in the bathroom mirror”

Intervista di Gregorio Enrico
Foto di Martina Caruso
http://www.flickr.com/photos/mcelectra
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C’è questa ragazza seduta per terra, sull’erba vicino alle transenne che dividono il passaggio verso il backstage. Ha i classici occhiali con la montatura nera spessa e i capelli rasati sopra le orecchie, post-punk.
–Tu non te lo fai fare l’autografo?
-Ma no, tanto non me ne faccio niente. Cioè ce l’ho già, ti dico li abbiamo visti, ma saranno tre mesi fa a Torino.
La sua amica invece l’autografo se lo fa fare. Durante il concerto era in prima fila a sbracciarsi, e ora è accanto alla transenna che aspetta l’uscita di Capovilla. Se lo fa fare su un bignami di filosofia che ha tirato fuori dalla borsa a tracolla. Lei e l’amica fanno il classico, hanno entrambe la maturità in questi giorni ( ingiuriano un filosofo greco che dovevano tradurre nella seconda prova) e il Teatro Degli Orrori lo hanno già sentito a Torino, all’Hiroshima questa primavera. “Ma questo concerto per scaricare un po’ la tensione ci voleva, almeno lunedì andiamo alla terza prova e siamo belle rilassate”.
Insieme a loro, oltre al sottoscritto, ci sono anche alcuni individui abbastanza metal (hanno t-shirt dei Motorhead) e un ragazzo di Savona che vuole farsi autografare il suo vinile de “L’impero Delle Tenebre”. Mezz’ora dopo la prima domanda a Pierpaolo Capovilla riguarda proprio il feedback con i fan.

Come vivi questo rapporto con il pubblico, le foto, gli autografi, ti gratifica?
No, no. Non mi gratifica l’idolatria, no mai. Anzi mi mette in imbarazzo e mi fa sentire inadeguato e per molti versi insufficiente anche. Però che vuoi, insomma è il mio mestiere; fare questo lavoro è un po’ una sfida giornaliera, prendere o lasciare, quindi non mi lamento mi va bene così.

Com’è il vostro pubblico? E’ cambiato? Visto che ti capita di vederlo così da vicino.
Il nostro pubblico è più giovane questa volta, si vede. Stanno arrivando più giovani e questa cosa un po’ mi mette in ansia perché io ho quarantaquattro anni, quando vedo i sedicenni e i diciasettenni sotto il palco, potrebbero essere tutti figli miei e io sento tutto il peso della responsabilità di quello che faccio. Però sono contento, sono felice. Perché vedo che questi ragazzi vengono con i genitori, ma non sono i genitori a portare i ragazzi. I genitori vengono perché vogliono vedere il concerto anche lor. È strana questa cosa, bizzarra e sorprendente. Sembra quasi che stiamo mettendo in comunicazione le generazioni. Sai com’è il cinquantenne viene perché magari vuole i Genesis, il ragazzino vuole il rock, non so cosa ascoltino i ragazzi oggi, il trentenne viene perché vuole i Nirvana: tutti quanti credo che vogliano la genuinità e l’autenticità di un rock fatto in una certa maniera. Noi rappresentiamo questo per loro., e questo mi fa molto piacere se riusciamo a far parlare insieme genitori e adolescenti. Se noi riusciamo a metter in contatto attraverso una passione che può essere comune, la musica, figli e genitori credo che facciamo una cosa bella e giusta. Utile quasi mi verrebbe da dire.

Come avviene la scrittura dei testi? Da che elementi decidi di partire?
Scrivere per me equivale a vivere. Nel senso che scrivere è per me è un momento della mia esistenza, cioè non è una parentesi. Ma è la cosa a cui, sto dedicando, il mio essere al mondo, essere artista. Perché poi sai com’è se ti senti artista, la metto tra virgolette questa parola “artista”, in qualche misura vuol dire che fai coincidere la tua esistenza con quello che fai, quindi con la tua professione. E quindi per me scrivere è il momento più importante, è un momento molto importante della mia vita. Scrivo dappertutto, ogni volta che posso e che voglio. Ho sempre una penna in tasca e un pezzo di carta. E scrivo.

Scriveresti anche narrativa? Anzi, magari l’hai già scritta, la scriveresti e la pubblicheresti? Come Francesco Bianconi ad esempio cge ha scritto un libro giusto l’anno scorso, non so se l’hai letto…

No.

Non ti sei perso niente, io l’ho letto. E anche Ligabue ha partorito qualcosa e l’hanno paragonato a Carver. Hai letto l’ultimo libro di Ligabue?
No nemmeno. Io sto scrivendo un libro, ma non ti dico per chi, l’editore è prestigiosissimo, e non ti dico di che cosa sto scrivendo, perché è altrettanto importante. Comunque qualcosa di molto vicino al disco che abbiamo fatto.

Narrativa?
No.

Ah no.
(Risate)

Il vostro primo album si chiamava “L’impero Delle Tenebre” e ora siamo arrivati a “Il Mondo Nuovo”, quindi le cose in Italia sono cambiate ma se dovessi dare un giudizio, una tua opinione, com’è la situazione sociale?
Il paese sta migliorando, bastava togliere Berlusconi e si migliora per forza, purtroppo la classe politica per quanto esigua numericamente se confrontata con la società civile, qualcosa conta soprattutto quando un politico ha in mano i media. Noi italiani ci mettiamo sempre una ventina d’anni per capire bene dove stiamo andando a parare. Trent’anni (lo considero da Craxi) di berlusconismo non lasciano segno per forza, sono fiducioso.

Cambiando argomento, ho letto in una tua intervista, dove si parlava di un vostro brano, e l’intervistatore ti domandava se era un omaggio a Afterhours, Marlene Kuntz e tutti i gruppi della scena alternativa nazionale italiana degli anni novanta. Tu hai risposto “io negli anni novanta ascoltavo Jesus Lizard”, (fa una faccia storta alla mia pronuncia maccheronica, ndr)…eh io pronuncio male non ti scomporre, comunque la…
The Jesus Lizard.

Ecco, la scena alternativa americana.
Io ho lottato per mesi perché il Teatro degli Orrori si chiamasse Jesus Junior. No? Non “Giusus” non in inglese ma in latino Jesus Jounior, sarebbe stata una splendida provocazione. Anche perché Jesus Jounior vuol dire figlio di Gesù, e anche un palesamento definitivo del fatto che veniamo da quel suono lì. Cioè non c’è dubbio, noi, ma anche come One Dimensional Man, abbiamo portato in Italia, non siamo stati gli unici ci sono state anche altre band e noi abbiamo avuto più fortuna di altri e ci siamo forse anche sbattuti più di altri, e abbiamo portato quel suono lì, quello della Chicago dei primi anni novanta. Non è un mistero.

Tu in quel periodo lì, quando studiavi, ascoltavi questo genere di musica qua, riuscivi a proporla. Nel senso mentre tutto il pubblico era voltato verso gli Afterhours e queste cose più molliccia, com’era la scena in quel periodo che tu hai vissuto?
C’erano i centri sociali cazzo. Si poteva suonare dappertutto e si potevano fare tante date, mal pagate o non pagate affatto, però si potevano fare tante date. E grazie ai centri sociali, che Dio li benedica. Con One Dimensional Man il primo disco in un anno abbiamo fatto subito ottanta date, no? La proposta era buona…

C’era seguito?
C’era seguito, perché la proposta era figa, eravamo bravi e eravamo anche sorprendenti per il momento. Però senza centri sociali sarebbe stato impossibile.

Quando hai incominciato a suonare?

Da piccolo, da adolescente. Cantavo oppure suonavo il basso, quello che faccio ancora oggi. Sì, sì suono da tantissimi anni. Parliamo degli anni ottanta.

Il primo disco che hai ascoltato, che ti ha fatto dire “voglio fare quella roba lì”?
Ma io vengo dal prog.

Che gruppi ti piacevano?
Genesis!

Ah, ah beh allora!
Ehehehe. Seguivo il prog quindi King Of Crimson, Genesis, Yes.

Quindi tu in quel periodo lì facevi prog?

Naaa, non facevo prog. Ero un ragazzino, quando ho iniziato a suonare ero nel momento della rivolta punk.

Quindi eri un punk?
Sì, sì alla grande!

Eri un Punkissimo!
Porca Miseria! Ma stai scherzando, certo.

Ti vediamo qui sul palco e nei panni di frontman, ma tu vivi di questo?
Vivo di questo. Da un anno e mezzo.

Che lavoro facevi prima?
Il cameriere, o il cuoco in base alle esigenze.

E sei di Venezia?
Sì.

E sei nato lì?
No, non sono nato a Venezia, sono nato a Varese. Ho vissuto i miei primi due anni di vita lì e basta. A Gazzada Schianno. E io sono figlio dell’emigrazione interna, alla fine degli anni sessanta il veneto, i miei genitori sono veneti. Il veneto era ancora una regione post rurale o pre-industriale, e mio padre faceva l’operaio, era un operaio specializzato negli alti forni, quindi un fonditore, e sono nato a Varese io e le mie due amate sorelle per questo.

Ah, dulcis in fundo: “Lezione di Musica”, “Direzioni Diverse”, “Cerco Te”, sono canzoni d’amore, che opinione hai dell’amore?
L’amore è una relazione sociale. Cioè per me cantare l’amore significa narrare le relazioni sociali, quindi la società e la gente che ho intorno. E’ un’espediente narrativo. Io non scrivo canzonette d’amore, scrivo canzoni d’amore; non sono il primo sai? Bob Dylan ne ha scritte tantissime. Hai mai sentito Di Bob Dylan…

No Bob Dylan l’ho sentito poco, sono più da Neil Young…
Perché sei giovane.

No, no è che non ho approfondito.
Beh, ma almeno the The Times They Are a-Changin’.

Quello sì.
Quel disco è importante, The Ballad Of Hollis Brown, per esempio, che è una canzone drammatica narra di quest’uomo disoccupato che non riesce a dare da mangiare alla propria famiglia. Ha cinque figlie e una moglie. La canzone finisce con quel verso meraviglioso: “Ci sono sette morti in una fattoria del sud Dakota/ da qualche parte nelle vicinanze sette persone sono sicuramente già nate” No? Ecco The Ballad Of Hollis Brown è una canzone d’amore. Quest’uomo uccide la sua famiglia, e suicida sé stesso, per amore, anche. Però quella canzone non ci parla solo dell’amore, ci parla della società, della povertà della disoccupazione, della fame delle persone. E anche del desiderio di dignità delle persone. Come vedi tu puoi scrivere e cantare canzoni d’amore e parlare di cose molto più ampie e importanti, se vuoi. Anche se francamente parlando non so cosa ci sia nella vita di più importante dell’amore. L’amore è uno dei fenomeni che muovono il mondo.

Ok, l’ultimo libro letto?
In Difesa Delle Cause Perse” di Slavoj Žižek …

E’ il filosofo serbo?
E’ sloveno.

Ecco, stai parlando sempre con quello che pronuncia male Jesus, non ti stupire. E invece libri che ti hanno formato, che consiglieresti?
Credo che il più bel romanzo che io abbia mai letto nella mia vita sia “Viaggio Al Termine Della Notte” di Louis-Ferdinand Céline.

Ultima cosa, gli Husker Du gli hai già sentiti? No cioè, ti piacciono?

Zen Arcade è uno dei più grandi dischi che siano mai stati pubblicati.

Aspetta, New Day Rising però è più bello (c’è l’ho in macchina).

New Day Rising è fantastico; però “Zen Arcade” è insuperabile. Che è quello prima, il doppio.

E’ bellissimo.
E porca miseria. “I picked up my belongings in a nylon carry-all” (canticchia con tanto di nanana sotto). Pensa: “Ho preso tutto quello che avevo e l’ho messo dentro un sacchetto di plastica”. Questo verso sembra buttato lì, no, e invece cosa ti dice? Ti parla della povertà. Non hai neanche una borsa!

E’ vero!
Non puoi portarti via le cose e stai andando a prendere l’aereo, e il pezzo è Chartered Trips. E ti dà l’istantanea, di che cosa stiamo parlando: di questo ragazzo che vuole andare in spiaggia, guardare il sole che tramonta sul mare. E’ una canzone di una bellezza.

Mould e Hart sono dei compositori fantastici.
No, no non ce n’è per nessuno. E Pinks Turn Blue. “Pink Turns to Blue” è un capolavoro.

Ma Hart è un genio.
She was always by my side, and never tried, to leave, standing up for me, and like a tree, for what she believed. Vuol dire che stai su di notte perché io sto male, magari, stai su per me di notte e come un albero. Per ciò in cui credi. Quella è poesia; gli Husker Du sono insuperabili.

E quanto è bella Celebrated Summer, in New Day Rising…?
Eh ma io conosco a memoria Zen Arcade. In New Day Rising c’è quella cosa incredibile che è…

The Girl Who Live On Heaven Hill!
…The Girl Who Live On Heaven Hill.

Bravo, bravo: è bellissima!
(canta) The Girl Who lives on Heaven Hill. La ragazzina eroinomane.

E “She take a light lit for me”.
Certo. Ma vedi che bene o male gli Husker Du, così come ho fatto io, non che mi voglia paragonare, hanno sempre scritto la stessa canzone.

Però come lo scrivevano bene.
Sì, eh sì.

E l’ultimo, quello dell’87 ti piace?
Ma, qualcosa. In quel disco là mi piace Makes No Sense At All.

La tv la guardi?
Mai. Da vent’anni ormai. Nessun Tg, il tg3 ogni tanto. Quattro quotidiani al giorno.

Madonna.
Diciamo tre dai: soprattutto quando sono in tournée. Compro giornali a go-go. Il Manifesto, la Repubblica e l’Unità anche.

Quindi ai tuoi fan consiglieresti Zen Arcade?
Eh bè. Se dovessi consigliarne un altro consiglierei Sex Mad dei NoMeansNo. E..

Mi manca.
No? Non lo conosci?

Mi spiace.
Ahhhh, come ti chiami scusa?

Enrico.
Enrico, Sex Mad. Se ti piacciono gli Husker Du ti piacciono pure i NoMeansNo.

I Bad Religion mi piacciono.
(Fa la faccia vaga.) I primi dischi forse.

No? E No Control?
No, tutto in quattro quarti senza ricerca, tutto melodico, senza ricerca. No, no: NoMeansNo.

Al volo: ultimo disco come è stata l’evoluzione?
Noi abbiamo lavorato a tavolino, indubbiamente. Molto più di prima, di ogni disco fatto. Abbiamo voluto fare un po’ di ricerca, anche per noi, soprattutto per noi. Noi stiamo cercando la nostra cifra stilistica. Il suonare è un processo di apprendimento, prima che un processo creativo.

Cosa avete imparato di voi stessi e del vostro modo di fare musica?
Abbiamo dei punti di domanda in più adesso. Un giorno potremo fare un disco molto diverso dal disco che abbiamo fatto oggi.

E cosa ti piacerebbe fare?
Io credo che noi siamo gente che ama esplorare altri territori ma non come il turista, come il viaggiatore. Nel senso proprio dell’esplorazione. Indubbiamente abbiamo nel dna il rock.

Il tema dell’emigrazione, cosa ti ha spinto verso questo tema?
In questo disco ho parlato di noi, attraverso le storie dei migranti. Siamo tutti uguali, poi il futuro è multietnico.

Il Teatro degli Orrori : un concerto con buoni suoni, notevolmente migliorati. Capovilla che parla delle piogge acide in Kenya causate dagli impianti dell’ENI. La scaletta che spazia da Ion a Majakovskij, senza dimenticare le perle del primo album come E Lei venne. L’unica nota stonata le luci un po’ invadenti. Un impianto degno di un Rihanna che in alcuni caso ha fatto sembrare la coreografia un video dei Coldplay (sì Speed Of Sound); dettagli. Il pubblico segue, poga, ringrazia e applaude.
Gli Husker Du: anche il loro disco del ’87 è irrinunciabile. Se Zen Arcade è velocità e nichilismo, Warehouse Song and Stories è pop cangiante e crescita interiore. Sono le due metà dello stesso cuore che batte al ritmo della gran cassa di Grant Hart.
“Books About Ufos” è una canzone (quasi shoegaze) scritta da Hart, a dir poco bellissima. Parla di una ragazza sola che passa i pomeriggi a leggere libri sugli alieni. Grant Hart, ormai ex batterista (dal 1987) degli Husker Du, oggi suona la sera nei caffè, con la chitarra al collo (cerca su youtube) canta le sue canzoni davanti a gente che parla d’altro: il lavoro, la partita dell’altro giorno e quanto me la farei quella cameriera.



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