Varichina al Biografilm 2016

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La vera storia della finta vita di Lorenzo de Santis inizia e finisce a Bari; uno spaccato della città pugliese che diventa il palco delle esibizioni di Varichina, con quel lungomare e il porto sempre presenti in sottofondo, che assecondano il suo protagonista, osservandolo in disparte. Un’esistenza, quella di Varichina, vissuta senza il terrore di essere additato come diverso, perché quest’indole la ostentava ogni giorno, preventivamente, dal momento in cui usciva di casa la mattina con la camicia stretta e annodata sul petto, mostrando l’ombelico e sculettando, scostandosi dal viso quei capelli strategicamente “boccolati” davanti allo specchio. Un modo, questo, per ribadire agli occhi scioccati dei baresi dell’epoca che lo deridevano, la propria personalità, e non solo il proprio orientamento sessuale. Come hanno precisato gli stessi registi – Mariangela Barbanente e Antonio Palumbo – “la storia è incentrata sull’essere diversi in un contesto che non accetta il diverso, e non riguarda solo l’essere omosessuali”.

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Senza timore delle conseguenze, Varichina, soprannome affibbiatogli da bambino quando distribuiva su un carretto di legno i detersivi della madre, ha vissuto come si sentiva di essere, nel quartiere Libertà a Bari, ma non senza difficoltà. Era conosciuto da tutti, sì, come ci mostrano le testimonianze presenti nella pellicola: il fruttivendolo, i passanti, i commercianti, i vicini di casa. Ma sembra che ognuno, oggi, abbia da raccontare solo aneddoti “felici” su Varichina che, però, è morto in solitudine e miseria. Nei racconti trapela quella velata “battutina” sempre lì, pronta ad azzannare e ribadire che era un “ricchione” in fin dei conti e solo questo poteva essere, quindi uno da discriminare dal contesto sociale “normale” in cui viveva. C’è quella sottile percezione di continua rivendicazione del “non essere come gli altri”, che non andava bene, che era sbagliato.

Così sfilano una dopo l’altra storielle in dialetto barese con “pali” adibiti a esibizioni di pole dance ad opera di Varichina nella piazza principale, qualche volgarità affettuosa, le tecniche per nascondere il pene stiracchiandolo nei boxer per soddisfare la richiesta di qualche cliente e via dicendo. E poi ci sono gli insulti, perché se conosci qualcuno che non è come te, cosa devi fare? Prenderlo a botte e trattarlo male. Ma Varichina non si faceva di certo intimorire, e metteva tutti a tacere, concludendo ogni scambio di nefandezze con un sonoro schiaffo sul proprio sedere, scostandolo di lato, e facendo seguire quella che sarebbe diventa la celebre frase iconica che lo contraddistingueva:”Tutt’ ddò avìt a v’nì!” ovvero “Tanto, tutti qua dovete venire”.

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E tutti, alla fine, si zittivano pronti a prendere le distanze e a chiamarlo al massimo “il vizietto” di quelli che andavano con Varichina, perché per dirla con un proverbio:”chi disprezza compra”. Ma lui era, appunto, un emarginato anche tra gli emarginati, scostato dalla stessa comunità gay per quell’esuberanza con cui era solito mostrarsi. Una difesa necessaria alle ingiurie che riceveva e spesso alle violenze che subiva. Solo le vicine di casa erano diventate amiche del vero Lorenzo e non solo di Varichina: nonna, figlia e nipote. Le uniche in grado di parlarne con umanità evitando la solita spettacolarizzazione tragicomica del personaggio.

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Nato nel 1938 vive gli anni settanta e ottanta in una Bari che non è pronta né all’omosessualità dichiarata, né tanto meno a un soggetto così stravagante, sopra le righe e sicuro di se stesso. Ma questa esuberanza, cela in realtà una profonda solitudine che si tramuta nella ricerca spasmodica di qualcuno da amare per davvero, per essere accettato come tutti e poter condividere la propria anima afflitta da paure e insicurezze senza pregiudizi.

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Ma in una Bari di quarant’anni fa questo non era possibile, dove c’era la mentalità del “diverso” che non poteva essere certo di ampie vedute, ma anche oggi capiamo che le cose non sono molto diverse da allora, come ci mostra la scena improvvisata senza comparse sul lungomare, dove uno strombazzamento di clacson e insulti a base di intramontabili “ricchione” si leva come un’onda addosso a Varichina, interpretato dall’attore Totò Onnis, che risponde a tono quasi per ridare anima e dignità a Lorenzo.

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Bisogna avere tanto coraggio per andare avanti ogni giorno, per la propria strada, anche senza l’aiuto di nessuno. Forse in questo mondo non puoi davvero essere diverso, strano o danneggiato senza che qualcuno te ne faccia una colpa, ma l’inganno più grande resta quello verso se stessi se si cede a questo ricatto.

Enrico Rossi