Versioni di Me



di Dana Spiotta
(Minimum Fax, 2013)

“Chi è il tuo pubblico?”
“Io. E oltre me, nessuno, credo.”
“Ma perché costruirsi una vita finta? Perché non farlo con la vita vera e cercare un vero pubblico per tutto il tuo lavoro?”
“Non è stato finto, è stato vero. E col tempo ha iniziato a piacermi l’assenza di pubblico. Immagina di lasciare perdere le spiegazioni, i fraintendimenti, il mercato e l’accoglienza del pubblico.”

In questo romanzo c’è tutta la fragilità del tempo che scorre via. Che ti passa davanti mostrandoti le infinite occasioni che hai sprecato nella tua vita: le persone che non hai amato abbastanza, quelle che ti hanno ferito e che hanno sminuzzato le poche certezze che avevi in un milione di frammenti ancora più piccoli. E tutto quello che avresti potuto essere ma che non sei stato. E non sarai mai.

Nik, fratello di Denise, è una rockstar in esilio da sé stesso e dal mondo. Quasi fosse in punizione. Sulla soglia dei cinquant’anni, barista senza futuro e residente a Topanga Canyon, si è creato una vita parallela densa di eventi che sono stati minuziosamente catalogati nelle Cronache: resoconti scritti e divisi per anni a base di recensioni, stroncature, merchandising, pass backstage, lettere di fan e anche necrologi della sua carriera da musicista famoso. Tutti elaborati e ideati dalla mente metodica di Nik che porta la vita vera a confondersi e fondersi con quella finta. Archivi per la memoria.
Ad esempio, quando muore Tommy Skate, amico e chitarrista di una delle band di gioventù di Nik (una di quelle vere stavolta), nelle Cronache si evince dal necrologio del New York Times che un’insufficienza cardiaca (che nasconde come sempre un’overdose) ha messo fine alla vita della rockstar. E poi segue un’errata corrige per rendere il tutto più verosimile. Quando la realtà è che Tommy si è fumato qualche sigaretta di troppo ed è morto sul divano nel soggiorno di sua madre.

Denise, invece, è la sorella protettiva che si divide tra il lavoro di segretaria, visite alla madre malata di Alzheimer, una figlia che studia a New York, ansie scaturite dai telegiornali e notizie sul web che le entrano sotto pelle in una sorta di empatia 2.0, una relazione tranquilla con un uomo con la passione di Thomas Kinkade Painter of Light e, appunto, Nik l’amato fratello.
Denise è quella che deve tenere insieme i pezzi della sua esistenza e della sua famiglia, partendo dalla madre che non ricorda più come vivere una vita e Denise che teme finirà allo stesso modo, cercando avvisaglie in piccole dimenticanze e trovando rimedi a qualsiasi cosa setacciando il web per una diagnosi.

Poco prima del compleanno di Nik, la nipote Ada decide di realizzare un film documentario sullo zio, così lo intervista, scandagliando i suoi scritti e la sua musica. Perché una cosa che è vera e sincera in quella marea di menzogne, è proprio la musica che crea Nik. La serie ventennale a “ritroso nel tempo” partendo dal numero 20 fino alla “The Ontology of Worth” volume 1, rappresenta l’opera monumentale solista dopo i Fakes e i Demonics, le band inesistenti.

E poi ci sono anche le etichette discografiche fittizie (come la Mounteback Industries specializzata nei bootleg illegali delle sue band, o la Cold Slice che è quella “ufficiale”, la Sound Traces e infine la Pause Collective) i cui loghi compaiono sulle confezioni realizzate a mano e in edizione limitata. E il pubblico? Sono Denise, la nipote Ada, la madre e qualche ex ragazza.

Ma in fin dei conti chi può dire cosa è finto o meno? Sei meno vero se non hai nessuno che ti sta a sentire?

Dana Spiotta rifugge dentro pagine pregne di rock’n’roll: musica, film, citazioni e fatti reali.
Come aveva fatto la Egan qualche tempo prima con “Il Tempo è un bastardo”, flashback e ricordi delineano i personaggi e le loro esistenze, un coprotagonista quel “tempo” che va a braccetto con la vita stessa dei suoi personaggi.

Enrico Rossi