We are young. We are strong – Il 24 Agosto del 1992 a Rostock raccontato da Burhan Qurbani

Tornano le mirabolanti (e poco convenzionali) recensioni di Flavia Guarino dei film in concorso (e non) al Festival internazionale del Film di Roma.
#1 “We are young. We are strong”

Come è giusto che sia, ritorna anche quest’anno, alla sua nona edizione, il Festival internazionale del film di Roma. Nonostante i rumors che davano per scontato il trasferimento del festival a Cinecittà (a causa di incompatibilità di date con altri eventi in programma all’Auditorium), la kermesse capitolina è tornata più in forma che mai in quel di viale De Coubertin.

Ad aprire questa prima giornata di proiezioni troviamo “Wir sind jung. Wir sind stark – We are young. We are strong”, opera seconda di Burhan Qurbani, acclamato regista tedesco di origini afgane, che racconta i fatti avvenuti nelle 24 ore di violenza e razzismo del 24 Agosto 1992 a Rostock-Lichtenhagen, attraverso le strade e le storie di tre gruppi di protagonisti.

In una troviamo Stefan, diciassettenne figlio di un politico locale, alla ricerca di un’identità propria (sia politica che umana) che si trova (probabilmente senza sapere neanche il perchè) a simpatizzare con un gruppo di facinorosi neonazi.

In un’altra troviamo Martin, padre di Stefan, che si trova a vivere una perpetua battaglia tra quelli che sono i suoi doveri genitoriali, la sua fede politica e ciò che è più giusto per la propria comunità, ritrovandosi a cadere in una spirale di ignavia e rassegnazione.

E infine c’è Lien, una ragazza vietnamita che si trova nel mezzo della protesta xenofoba organizzata dai neonazisti della comunità di Rostock, dal principio diretta solo verso gli zingari stabilitisi nel campo rifugiati della città, ma poi estesa a tutti gli immigrati residenti in città.
Lien vive consumata tra il desiderio di mantenere vive le proprie origini e la volontà di integrarsi in una comunità ancora così ostile allo straniero, protetta incessantemente dal fratello, già pronto a ritornare in Vietnam dopo gli scontri xenofobi che stanno colpendo la comunità.

A fare da background alle storie dei protagonisti è una Germania riunificata da poco che sotto sotto tanto unita non è, dove comincia a palesarsi nelle menti dei più giovani quel sentimento inutilmente disfattista, che diventerà poi col tempo un po’ il leitmotiv di un’intera generazione.
Emblematica una frase di Stefan, che negli ultimi minuti del film racchiude un po’ il senso vero della pellicola “Io non ho sogni, non ho bisogno di sogni”.
Ed intanto a Rostock la “Casa del girasole” brucia a suon di molotov per mano di una rivolta guidata da chi, sotto sotto, non sa neanche per cosa stia veramente combattendo, ma che alla fine sa soltanto che “ha vinto”, in un modo o nell’altro.

Molto interessante e ben gestita la fotografia e l’utilizzo dei piani sequenza, che rendono Qurbani un regista a tutto tondo, capace di dare tridimensionalità senza tempo ad ogni singolo fotogramma. Un film da apprezzare a 360 gradi, fosse solo per la visione altra che il regista offre di un evento storico, di una intera generazione, di un intero popolo, donandoci un’istantanea ben definita di un’epoca storica neanche troppo lontana, con le sue contraddizioni e le sue vandaliche velleità.

Prossimo appuntamento con le mirabolanti recensioni di Flavia Guarino al Festival internazionale del film di Roma con “Still Alice” di Glatzer e Westmoreland! Stay tuned.