Wenders andrà tutto bene…forse

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Wim Wenders torna ai film di “finzione” e già questa notizia aveva del clamoroso, dopo i suoi ultimi lavori nel mondo del documentario, se poi si aggiunge un cast di grande qualità e un tema molto interessante come il trauma, c’è da aspettarsi un grande film.
Peccato che tutto questo fantasticare si sia rivelato alla realtà dei fatti un’enorme delusione, ma andiamo per gradi.
Protagonista della storia è Tomas Eldan (James Franco), uno scrittore americano in piena crisi creativa. Proprio mentre sta vagando in macchina (riflettendo sul suo lavoro e sulla sua compagna, Rachel McAdams) accade una tragedia. Da un lato della strada spunta improvvisamente un bambino su uno slittino, che investe e uccide. Da quel momento la sua vita sembra fermarsi, nella speranza che qualcosa possa accadere.
Peccato che questa speranza sia la stessa che vive lo spettatore durante tutto il film. Già, perché “Ritorno alla vita” (in italiano, come sempre stendiamo un velo pietoso sulle traduzioni) è noioso e non poco. Ogni volta che il film sembra decollare, prontamente non accade nulla.
Se all’inizio questo ritmo compassato è accettabile, sostenuto anche da una scelta di struttura didascalica della storia (dal momento dell’incidente vediamo dei flash delle vite di Tomas e della madre del bambino, Charlotte Gainsburg) coerente con la frammentazione del pensiero dei personaggi, con il proseguire della vicenda tutto diventa molto pesante.

A far storcere il naso è anche la colonna sonora. Per la seconda volta, dopo “Youth” di Paolo Sorrentino, Alexander Desplat realizza un comparto sonoro che è spesso invadente, costantemente anticipatorio di un evento importante (che per altro non arriva quasi mai). Un protagonismo che mi ha lasciato decisamente perplesso.
James Franco ce la mette tutta, quando si tratta di essere antipatico e distante riesce benissimo, se invece parliamo della sua capacità di creare empatia… beh, direi rivedibile. Sprecate letteralmente le figure di Rachel McAdams e Charlotte Gainsburg, tant’è che potrebbero quasi sparire dal film che nessuno se ne accorgerebbe.

A salvarsi c’è la realizzazione tecnica e la fotografia molto evocative e studiate accuratamente, anche se non sono un grandissimo amante dei film che costruiscono le emozioni su intensi primi piani, ma questo è un giudizio puramente di gusto personale.

Peccato. Quest’opera di Wenders è un’occasione persa per un sacco di motivi, soprattutto se rapportata agli standard di uno dei più grandi registi di sempre. Che non sia forse il caso di tornare al documentario?

Matteo Palmieri