Westworld

Quando una serie ha l’arduo compito di far dimenticare (momentaneamente) “Game of Thrones” l’impresa è da titani e l’attesa che cresce attorno ad essa è ancor più grande. Per questo l’HBO ha voluto fare le cose in grande, con una produzione che nulla ha da invidiare a quella dei grandi film hollywoodiane, che vanta nomi del calibro di J.J. Abrams e Jonathan Nolan (anche autore della serie stessa, insieme a Lisa Joy), aggiunti ad un super cast che annovera (tra gli altri) il premio Oscar Sir Anthony Hopkins.

L’ambizioso progetto del giovane Nolan è basata sull’omonimo film di Michael Crichton (sì, proprio quello di Jurassic Park) del 1973. La serie racconta la storia di un avvenieristico parco a tema Far West in cui gli ospiti si immergono per poter sperimentare avventure ed emozioni facili, perchè in questo mondo (popolato da androidi) tutto è concesso, tranne la morte.

Parlare di “Westworld” è abbastanza complesso, perchè analizzando a mente fredda questa serie, dopo i trionfalismi dell’ultimo episodio, che fa immediatamente pensare al capolavoro, inizia a serpeggiare qualche dubbio. Siamo sicuramente di fronte ad una delle serie più belle degli ultimi anni, ma fatico a trovare quella perfezione decantata da molti.

Quando si fa fantascienza bisogna subito essere chiari se lo scopo principale è quello di adottare uno stile criptico – simbolico (in stile “Blade Runner”, le cui influenze sono abbastanza chiare) oppure puntare su un prodotto di puro intrattenimento, come per esempio le saghe di “Star Wars” e “Star Trek”. Non è assolutamente un giudizio di valore, ma semplicemente un’onestà e coerenza produttiva che con il pubblico esigente del 2016 non si può non tenere in considerazione.

Considero “Westworld” una via di mezzo molto interessante, che però si porta dietro i difetti ormai consolidati dello stile “Nolan”, che ricordo essere autore dei film dell’illustre fratello Christopher. Non siamo per fortuna di fronte al disastro di “Interstellar”, uno dei prodotti più subdoli che l’industria cinematografica ha prodotto negli ultimi anni, ma non è un caso che si porti dietro una difficoltà emersa già in quel film.

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Il problema più grosso della serie, a mio avviso, è la quasi totale impossibilità di empatizzare con i personaggi, la cui caratterizzazione non arriva mai al cuore dello spettatore, che è totalmente immerso e preso dalla costruzione dell’intreccio. Non è un caso che si sia entusiasmati dagli esaltanti interventi di Hopkins-Dottor Ford, che si fondano totalmente su ragionamenti logici e speculativi, e che, soprattutto, lo spettatore sia incollato allo schermo per vedere come si districa la matassa intrecciata magistralmente da Nolan & company.

Ed è veramente curioso che la serie porti al centro la tematica della sofferenza, perchè è proprio quello che manca. L’unico vero filone narrativo “di ribellione” è quello più debole e, sinceramente, nel contesto di tutta la serie un po’ inspiegabile (ci sono dei buchi che faccio fatica ad inquadrare).

D’altra parte, però, siamo di fronte a riflessioni molto interessanti e stimolanti, da grande fantascienza, sul significato della coscienza e sull’intelligenza artificiale, che già quest’anno abbiamo avuto modo di apprezzare nel meraviglioso “Ex Machina”. E’ lontano, però, il tempo della fantascienza che non si pone come obiettivo quello di spiegare (sì anche qua c’è lo spiegone in stile Nolan), ma quello di suscitare continue domande. La serie riesce in questo per 3/4, poi nel finale diventa molto più esplicativa, ma è anche comprensibile, perchè è un prodotto commerciale che richiede di essere visto da molti.

…siamo di fronte a riflessioni molto interessanti e stimolanti, da grande fantascienza…

Ho apprezzato molto l’idea di conclusività narrativa che la serie dà alla fine della decima puntata, che, nonostante introduca una nuova (e già annunciata) serie, lascia quell’idea di compiutezza che raramente si vedere in questo genere.

“Westworld”, quindi, è una serie molto ambiziosa, recitata e girata divinamente, che manca un po’ in alcuni suoi momenti di sceneggiatura e, soprattutto, nel mettere in contatto vero e reale (un po’ come avviene nel parco stesso) lo spettatore con i suoi personaggi. In ogni caso godetevela tutta, pensatela e ammirate uno dei cliffhanger finali meglio costruiti della storia recente della TV.

Matteo Palmieri