Where to Invade Next

Non c’è dubbio che l’era moderna del documentario deve molto a Mr Michael Moore. Il trionfo a Cannes con “Fahrenheit 9/11″ e il successo enorme di pubblico (il documentario più redditizio nella storia del cinema) hanno consacrato il genio dissacrante di Moore, che negli anni successivi non ha risparmiato critiche e analisi puntuali agli USA. Il suo ultimo lavoro, “Where to Invade Next” non è assolutamente da meno.

Partendo dal concetto molto interessante che gli Stati Uniti hanno “sbagliato” tutte le guerre dopo il secondo conflitto mondiale, Moore fa finta di essere incaricato dal governo del suo paese di conquistare altre nazioni, in particolare europee. L’obiettivo del “conquistatore” Moore è quello di apprendere le caratteristiche migliori di uno stato e portarle negli Stati Uniti.

Moore è assolutamente un genio nel raccontare la “bugia americana”, cioè portare sullo schermo le contraddizioni di un paese che spesso è troppo mitizzato e di cui non si conosco mai abbastanza bene le magagne. Fondamentale, però, è capire la critica e il suo significato. Michael Moore parla come un uomo che ama il suo paese e vorrebbe fare il possibile perchè migliorasse.

Per questo, forse, questo “Where to Invade Next” è il più emotivo e intimo della filmografia del regista di Flint, che è visibilmente invecchiato e ingrassato, da buon americano quale è. C’è più speranza, c’è la voglia di scoprire e conoscere che vanno oltre la critica sterile, anche se i primi 5 minuti sono estremamente piccati e senza pietà nei confronti della “contraddizione americana”.

Moore è assolutamente un genio nel raccontare la “bugia americana”

Oltre alla critica, è molto interessante scoprire ciò che i diversi paesi hanno da proporre. Partendo dall’Italia, con le sue ferie pagate e clima lavorativo (esilarante come inizio), si apprezzano il rispetto per il lavoro in Germania e, soprattutto, le differenze educative della Finlandia e della Slovenia. Il pensiero che sorge spontaneo è: potremmo però adottare qualcosina anche noi…

Insomma, non c’è che dire, Michael Moore ha di nuovo fatto centro, regalandoci un film intelligente, arguto e al tempo stesso anche romantico, nel senso più nobile del termine. Spero vivamente che qualche cinema rimetta in programmazione quest’opera che ci conferma come si possa fare grande cinema anche attraverso il documentario.

Matteo Palmieri