White Rabbits

Milk Famous (TBD Records, 2012)

Negli ultimi 10 anni la costa est americana e canadese e il Midwest hanno offerto un nugolo di band che sono andate a rimpinguare le schiere dell’indie rock d’oltreoceano.
Nel sottobosco indie americano in particolare, non si può prescindere da un gruppo di base a New York: i White Rabbits , attivi dal 2007. Freshmen con Fort Nightly, sophomore con il brillante It’s Frightening, ora senior con Milk Famous.

Figli del brit-pop della prima ora dei The Style Council e dei The Specials, i White Rabbits sono riusciti a imporsi sulla scena rock americana con le sonorità vibranti di hit come Percussion Gun e Lionesse.
Non si può parlare dei White Rabbits, tuttavia, senza citare gli Spoon di Britt Daniel, non a caso produttore proprio del sopracitato It’s Frightening e la cui influenza è particolarmente forte nell’ultimo album. Molti hanno intravisto in Milk Famous un tributo (voluto?) a Transference di Britt Daniel e soci. Un sodalizio che perdura anche in Milk Famous prodotto, stavolta, dallo stesso Mike McCarthy degli Spoon. Con quest’album, i White Rabbits riescono a ben interpretare la piega intrapresa dal panorama indie rock anglo-americano, sempre più votato a contaminazioni elettroniche.

Brit-pop rivisitato dunque, come conferma in apertura dell’album, l’intro di Heavy Metal con qualche sfumatura a metà tra Baba O’Riley e percussioni scandite e incalzanti, ormai marchio di fabbrica del gruppo. Il falsetto di Patterson di Everyone Can’t Be Confused insegue quello di Britt Daniel di I Turn My Camera On in un gioco di influenze e sovrapposizioni continue. Lo spostamento verso l’elettronica avvicina una canzone come Back for More –forse la migliore dell’album- al Thom Yorke di The Kings of Limbs, con i suoi bassi cadenzati, sciabordio di tastiere e una voce espansa e compressa in modulazioni dal forte appeal.
Temporary è il singolo più power pop dell’album: vivace, da road-trip. Bassi pulsanti, sintetizzatori taglienti, percussioni potenti simil-fusto di latta, è forse il brano più inebriato di quell’assenza di intenzioni fissate a tavolino che pervade l’intero album.

L’album si presenta coerente e compatto: i White Rabbits innervano di funk, soul e post-punk il nuovo rock americano e ne aumentano l’attrattiva ma la più completa maturità risente del cordone ombelicale che in parte ancora lega il gruppo di Roberts e Patterson ad influenze molto tangibili. Ci sono tutte le carte però perché l’allievo possa reinterpretare efficacemente quanto assimilato, a partire dal funk anni ’70 fino al mentore Britt Daniel e dei suoi Spoon.

Erica Boiano



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