Women in action, body art a Merano Arte con Yoko Ono e Marina Abramovich

Valie Export, Smart Export, 1970

GESTURES – Women in action, body art a Merano Arte con Yoko Ono e Marina Abramovich

Testo e intervista di Valentina Giani

Dopo Francesca Woodman e Birgit Jürggensen Merano Arte dedica il suo bellissimo spazio espositivo ad un’altra mostra tutta al femminile, questa volta sulla body art. Dal 6 febbraio al 10 aprile GESTURES – Women in Action porta a Merano quaranta opere di artiste del calibro di Yoko Ono, Marina Abramovich ma anche Gina Pane, Sophie Calle, Orlan e Regina Josè Galindo.

Tramite il linguaggio del corpo ci parlano del loro universo in modi diversi ma sempre efficaci, all’inizio coinvolgendo lo spettatore stesso, poi attraverso la musica, con un atto di donazione estremo quale può essere donare il proprio sangue per concludere con delle video performance di denuncia politica e sociale.

Un percorso su appena due piani che parte dagli anni Sessanta e arriva fino ai giorni nostri, coerente, vario ed intenso, dove il corpo non viene solo “messo in mostra” ma usato come mezzo di comunicazione, come fra le altre cose ci ha spiegato nella nostra intervista il curatore Valerio Dehò.

Volevo concludere l’introduzione all’intervista con una frase ad effetto ma qualcuno di più importante e più serio avrà già detto che l’arte non ha bisogno di grandi spazi. Sicuramente.

L’idea di presentare a Merano Arte GESTURES – Women in action è nata dalla volontà di dare continuità alla mostra precedente di Francesca Woodman e Birgit Jürgenssen?
Sicuramente c’è continuità con le scelte che ho fatto precedentemente. Quello della performing art è uno dei temi a cui mi sono dedicato maggiormente negli anni, già nel 1998 ho curato una mostra su Gina Pane a Reggio Emilia. Sicuramente c’è anche continuità con le mostre meranesi di Francesca Woodman ma soprattutto di Cindy Shermann, la caposcuola di un certo uso del corpo dell’artista all’interno di un racconto fotografico.

C’è qualcosa che unisce le artiste presenti alla mostra oltre alla bodyart?
Fondamentalmente l’idea dell’artista che si pone in primo piano, che sceglie di mettere in gioco ss stessa e il proprio corpo non solo come opera d’arte ma anche come mezzo di comunicazione. Il corpo dell’artista diventa il recettore di ciò che succede nella società. L’idea fondamentale è quella di far transitare il mondo attraverso se stessi.

La mostra si apre con due video performance, Cut Piece (1965) di Yoko Ono e Imponderabilia (1977) di Marina Abramovich e Ulay. Qual è la sua opinione riguardo a questa deriva pop dell’arte, intesa proprio nel senso di “popolare”, ovvero di coinvolgere il pubblico nelle performance?
In queste due performance c’era l’esigenza di avere un rapporto col pubblico che non fosse mediato dall’opera d’arte. Questo tipo di performance sono un modo per oltrepassare il diaframma dell’opera e di dimostrare che l’opera c’è finchè c’è l’artista. Le fotografie e i video documentano l’importanza di quello che è accaduto durante la performance, sono quasi dei reperti. In Imponderabilia come in Cut Piece è importante l’atteggiamento dell’artista quanto le reazioni del pubblico che sono proprio imponderabili, non è possibile prevederle perchè ogni persona reagisce in modo diverso, ha una sensibilità diversa così come un approccio diverso alla difficoltà che si prova ad avere a che fare con una situazione assolutamente al di fuori dal comune.

Yoko Ono, Cut Piece, 1964_Performed by Yoko Ono, Carnegie Re

Yoko Ono & John Lennon, Bed-ins for Peace, 1969_04

Lei ha allestito la mostra in ordine cronologico, parte dagli anni sessanta con Yoko Ono e si conclude con le recenti video performance dell’artista guatemalteca Regina José Galindo. Ho notato che mano a mano che si prosegue nella visita alla mostra c’è una tendenza dell’artista a coinvolgere sempre meno il pubblico e a chiudersi sempre più in sè stessa, mi sbaglio?
La caratteristica di coinvolgere il pubblico e renderlo performer insieme all’artista non è una prerogativa o un dato universale della body art. Per esempio Gina Pane non interagiva col pubblico, era molto più chiusa, spesso nelle sue performace si nascondeva dietro a dei grandi occhiali. Era un modo di fare body art meno aperto e interattivo. Certamente c’è un evoluzione della performance che porta ad intendere il rapporto tra azione e il mezzo fotografico in modo completamente diverso. In un certo senso l’artista lentamente si chiude e si concentra più su quello che sta facendo piuttosto che sulle reazioni del pubblico.

Ad un certo punto della mostra ci sono le opere di Orlan, Gina Pane e Ana Mendieta che portano il linguaggio del corpo all’estremo, provocandosi delle ferite e utilizzando il loro sangue nelle performance. Secondo lei da dove nasce quest’esigenza?
L’esigenza del sangue ha diverse origini. Il sangue è l’elemento più intimo che possediamo e il fatto di mostrarlo a seguito di un’azione autolesiva non è soltanto un modo per misurare le proprie capacità di sofferenza. Da un lato sì sono delle prove di resistenza, ma dall’altro “dare” il proprio sangue al pubblico è un atto di donazione. Gina Pane è stata senza alcun dubbio la prima cosciente di ciò. In Azione Sentimentale, nell’atto di ferirsi con le spine delle rose, porta alla luce un intero universo femminile, soffre ma nello stesso tempo è donatrice di vita senza alcun scandalismo “estetistico”, così come non c’è in nessuna delle opere presenti alla mostra.
Orlan invece lavora sull’immagine stereotipata della donna nella società. Le sue cruente operazioni chirurgiche, sono di fatto delle operazioni che operano altri: lei offre il suo corpo come campione di una sorta di omaggio alla bellezza stereotipata che proviene da esigenze della società, dall’invadenza del fashion nel nostro mondo, dai nuovi stereotipi femminili creati dalla chirurgia estetica e che possiamo vedere oggi.

Gina Pane, Azione sentimentale, 1973

Come già accennato prima, la mostra si conclude con tre performance dell’artista guatemalteca Regina José Galindo, Perra (2005), XX (2007) e Tierra (2013), un vero e proprio atto di denuncia nei confronti della società in cui vive.
È chiaro che se in occidente lo sviluppo della performance ha vissuto una storia e la società in qualche modo è cambiata, anche se la posizione della donna non è completamente risolta, per un’artista come Regina José Galindo che lavora in una società ancora chiusa e reazionaria la performance ha valore di denuncia politica. È una sorta di ritorno alle origini della performance da parte di un’artista che vive in una società e in una realtà politica di grande violenza e costrizione.

Come continuerà il percorso artistico di Merano Arte? Lei sarà ancora il direttore artistico fino a quest’estate se non ricordo male.
Sì, questa è la mia ultima mostra, il mio percorso a Merano finisce qui. Poi ci sarà la nuova curatrice che svilupperà un altro programma ma ripartendo da quello che si è fatto finora. Io continuerò a fare il curatore freelance come ho sempre fatto.

Ma è vera la storia che negli anni ottanta voleva aprire una piadineria vegana? Ci dica la verità, è a questo che si vuole dedicare dopo Merano Arte?
(Ride ndr) No, diciamo che era una battuta. Però anni fa ho avuto sempre delle idee un po’ “Fluxus” (collettivo di cui faceva parte Yoko Ono, ndr) di questo tipo.

Beh perchè no, visto che l’hanno portata fin qui vuol dire che ha fatto bene.
Assolutamente, alla fine oggi viviamo tutti per il museo. Però dall’altro lato c’è anche tanto movimento in molte società e associazioni no profit che si muovono con tutt’altra libertà. Si sta divaricando ancora una volta la posizione fra questo tipo di arte e un’arte legata ai musei che sono fondamentali, ci mancherebbe altro. Allo stesso tempo credo però che gli artisti e i critici dovrebbero un po’ tornare a sporcarsi le mani, a sbagliare. Alla fine ci vogliono sempre delle alternative, delle dualità. Io credo che l’arte non possa smettere di cercare strade diverse nel congiungersi alla società.

Valentina Giani